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Brescia e Hinterland

IL CASO

Le cose da sapere sul processo per la strage della Loveparade


Brescia e Hinterland
7 dic 2017, 12:02
Dal nostro inviato a Duisburg

Un processo storico. Si aprirà l'8 dicembre a Düsseldorf il processo per la strage della Loveparade, avvenuta il 24 luglio 2010 a Duisburg, nel nord della Germania. Sarà il più grande processo della storia tedesca, dopo Norimberga, con dieci imputati per omicidio colposo e lesioni colpose, una sessantina di parti civili e altrettanti avvocati. Le udienze si terranno ogni settimana dal mercoledì al venerdì nel centro congressi di Düsseldorf, in una sala con 450 posti. Complessivamente, sono in programma 111 udienze nel corso del 2018: solo per l’affitto dell’aula verranno spesi 14mila euro al giorno.

 

Giulia Minola

 

Cos’è successo. Durante il raduno techno, 21 persone morirono schiacciate nella calca. Le vittime provenivano da Germania, Cina, Australia, Spagna, Olanda e Italia. Tra di loro anche la bresciana Giulia Minola. La ventunenne studiava moda e design al Politecnico di Milano e stava attraversando l'Europa assieme ad un'amica, con tappa a Duisburg. Secondo l'accusa, le carenze nell'organizzazione e nella gestione dell’evento hanno portato alla strage. L’area della festa, un ex scalo ferroviario delimitato da binari e da un’autostrada, era raggiungibile soltanto attraverso un tunnel con un unico accesso, usato anche come via di uscita. Nel pomeriggio, momento di maggiore afflusso alla Loveparade, il pubblico si trovò bloccato nel tunnel, con un imbuto particolarmente pericoloso in corrispondenza della rampa di accesso al raduno. La polizia cercò di gestire la situazione creando dei cordoni per alleggerire la pressione della folla, inutilmente. Sulla rampa finirono per scontrarsi le persone in entrata e quelle in uscita. Nella fuga disordinata e fuori controllo centinaia di persone rimasero schiacciate. Oltre ai 21 morti, ci furono 650 feriti. 

 

L'aula in cui si terranno le udienze a Düsseldorf


 
L’inchiesta e il procedimento penale. Le indagini sono durate quattro anni. Si è trattato di un’inchiesta complessa, con centinaia di testimoni, ore di filmati da visionare, migliaia di pagine di documenti da esaminare. Nel 2014 la Procura di Duisburg preparò l’atto di accusa contro gli indagati: due anni dopo, il tribunale decise di rigettarlo per mancanza di prove sufficientemente forti. La Procura e gli avvocati delle vittime si opposero a tale scelta: la Corte d’Appello ribaltò la decisione dei giudici, fissando l’avvio del processo per l’8 dicembre. Il tribunale prevede di terminarle per il 20 dicembre 2018. Gli imputati sono dipendenti della Lopavent, la società organizzatrice della Loveparade, assieme a funzionari e impiegati del Comune di Duisburg. Nel processo sarà centrale una perizia di duemila pagine in cui l’esperto di sicurezza nei grandi eventi, il professor Jürgen Gerlach, ha analizzato tutti gli sbagli commessi nell’organizzazione del raduno. La scelta del luogo, per esempio, venne contestata nei giorni precedenti a quel 24 luglio di sette anni fa anche dalle persone che risiedevano nelle vicinanze. Nella catena degli errori rientrano la gestione della via di accesso, la dislocazione di soccorritori e forze dell’ordine, l’organizzazione degli spazi nell’ex scalo ferroviario. Ci sono anche aspetti che, visti ora, risultano incredibili: le ricetrasmittenti della polizia, per esempio, non funzionavano all’interno del tunnel. Non solo, attorno era stato programmato un cambio turno tra gli agenti che rese più difficile il controllo del pubblico. Proprio la polizia è la grande esclusa dal processo, così come l’ex sindaco di Duisburg Adolf Sauerland, dimessosi un anno dopo la strage per le pressioni dei cittadini, e Rainer Schaller, il numero uno della Lopavent.

 

 

Giustizia. «Sarà un processo di perdenti», ha detto l’avvocato Daniel Henneke Sellerio, legale di Nadia Zanacchi, la madre di Giulia Minola. Lo sarà perché in aula finiranno figure di secondo piano, con una beffa per chi in questi anni ha chiesto con costanza verità e giustizia. A partire proprio da Zanacchi, impegnata assieme agli altri genitori delle vittime nella ricerca della verità e della giustizia. Una raccolta firme, appelli alle istituzioni, compreso il presidente della Repubblica Mattarella, che si è interessato al caso, interventi sui media: stando attenta a non scivolare nel patetico, Nadia Zanacchi ha portato avanti una battaglia che, per quanto rischi di portare a un risultato più limitato rispetto agli auspici, ha dato comunque i suoi frutti. Di certo, non è ancora finita: la grossa incognita del processo è il rischio della prescrizione, prevista il 27 luglio 2020. L’obiettivo dei giudici è arrivare a una sentenza prima di quella data, altrimenti tutte le accuse cadranno, lasciando la strage della Loveparade senza colpevoli. 

 

 

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