Per l’accusa è «promotore, organizzatore e direttore della associazione di tipo mafioso caratterizzata da autonomia programmatica, operativa e decisionale rispetto ad altre cosche mafiose di Gela». Per un collaboratore di giustizia sentito durante il processo: «Era un appartenente della cosca Rinzivillo e loro referente al nord. Poi è passato con gli Antonuccio e se te lo presenta uno dello Stidda vuol dire che quella persona lavora per la Stidda. Me lo hanno presentato come fratello che in ambito mafioso vuol dire che è un appartenente».
Due ore e mezza in aula. Ma lui, Rosario Marchese, consulente tributario, siciliano di Caltagirone, 35 anni, rigetta l’accusa di essere un mafioso. «Ammetto le indebite compensazioni e 75 capi di incolpazione contestati, ma sull’imputazione di associazione mafiosa mi dichiaro estraneo. Non ho mai aderito e fatto parte di associazioni a delinquere di stampo mafioso e nemmeno nella Stidda. I miei racconti agli inquirenti siciliani sul clan Renzivillo? Ho saputo solo da voci di città come era strutturata la cosca, ma non ho mai fatto parte di clan della mafia» ha detto ieri in aula l’uomo al centro del processo Leonessa, la maxi inchiesta con cento e più indagati che ha fatto emergere presunte infiltrazioni mafiose nel tessuto economico bresciano.




