Alla base del nostro essere animali eretti - del nostro stare in piedi, del nostro millenario cammino di elevazione - ci sono proprio loro. I piedi. Ma pur scegliendo di usare un’unica sillaba «polifunzionale», il nostro dialetto è benissimo in grado di farci sentire quando sta parlando dei nostri arti inferiori o piuttosto del nostro essere verticali.
Nel primo caso ricorre all’accento grave («G’hó caminàt tre ùre e adès ma fa màl i pè...»), nel secondo al suo parente acuto («Gh’éra gnà ’na scàgna e g’hó düsìt restà ’n pé...»). In realtà, a volte parlare di piedi ci aiuta anche a parlare della persona e della sua condizione (di chi non ha problemi economici si dice che «el g’ha mai vìt frèd ai pè»). Così come alludere alla posizione verticale ci aiuta a dar conto di una attività in corso («El g’ha mitìt en pé un mulì a vènt»). Spesso i nostri piedi si meritano nomignoli informali e affettuosi. Come quando li chiamiamo piòte («Faró aparì de fàla töta a piòte» scrive la poetessa Elena Alberti Nulli) oppure óche («Fa’ nà le óche» è l’invito pressante a muoversi). In Gaì (il linguaggio cifrato dei pastori) il piede è il paù e le scarpe le paùne.
Nell’orizzonte artigiano possono aprire a panorami molto diversi tra loro: dal negativissimo «laorà coi pè» all’onorevole «fàga i pè ale mòsche». Ma l’approdo più felice cui i nostri affidabili arti inferiori possono ambire è quello di una - anche solo saltuaria - liberazione dalla condizione di reclusi. Non sempre si può fare, ma ognuno conosce la felicità di andà en giro en penüt. Più che una pédicure, una condizione dello spirito.



