Ci sono il ragazzo che ha sottratto la bicicletta e l’anziana derubata. Il reo e la vittima, l’uno di fronte all’altra. Il primo afferma di non essere un criminale ed è pronto a rifondere il costo della bici; la donna spiega che dal giorno del furto ha paura ad uscire di casa, si sente più debole e indifesa. Dialogano e alla fine il ragazzo comprende di avere violato la legge, ma soprattutto di avere fatto soffrire un’altra persona, che da parte sua è disposta a perdonare. C’è il gruppo di minorenni che ha messo il cellulare nel bagno delle ragazze per diffondere poi il video sui social. La vicenda ha spaccato il paese, diviso le famiglie, scavato solchi. Passano molti mesi e matura la disponibilità all’incontro fra colpevoli e vittime; dopo due anni i ragazzi organizzano all’oratorio una festa di riconciliazione con la comunità.
Ci sono i ragazzi che hanno danneggiato l’interno di un treno e che, messi di fronte alla loro responsabilità, si pentono e preparano un vademecum per Trenitalia rivolto ai giovani su come comportarsi sui mezzi pubblici. Sono tre esempi di giustizia riparativa, praticata dagli otto mediatori che operano nell’Ufficio per la mediazione penale di Brescia, uno dei pochi (e dei primi) in Italia. Si trova in via Sant’Antonio 16 in città. È nato nel 2008 per volontà di Comune di Brescia, Provincia, Associazione Comuni Bresciani, con competenza sul distretto della Corte d’Appello (oltre a Brescia, Bergamo, Cremona e Mantova).


