Brescia e Hinterland

Estorsione con metodo mafioso, annullata la condanna di Sorrentino

Il titolare della pizzeria «I tre Monelli» dovrà affrontare un nuovo giudizio di appello
Pierpaolo Prati

Pierpaolo Prati

Giornalista

Il Tribunale di Brescia - © www.giornaledibrescia.it
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La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Brescia la sentenza di condanna a carico di Massimo Sorrentino, titolare della pizzeria «Tre Monelli» di via Don Vender, e di Marco Garofalo, con riferimento a tre capi di imputazione che la Direzione distrettuale antimafia di Brescia aveva contestato loro tanto in primo grado quanto in appello e per i quali i due erano stati condannati rispettivamente a 13 anni e 5 mesi e a 7 anni e 4 mesi di reclusione, in continuazione con altri reati, tra i quali alcuni episodi di ricettazione.

I giudici della Suprema Corte hanno accolto i ricorsi dell’avvocato Gianbattista Scalvi, difensore di Sorrentino, e degli avvocati Stefano Forzani e Carlo Taormina, legali di Garofalo.

In particolare hanno annullato la condanna incassata dai due imputati per due estorsioni tentate, una delle quali aggravata dal metodo mafioso, e per detenzione di sostanza stupefacente. I fatti risalgono al periodo compreso tra l’agosto del 2015 e il luglio del 2018

Secondo grado

Il processo d’appello si dovrà rifare per l’estorsione che per gli inquirenti Sorrentino e Garoalo tentarono a danno di Frank Serramondi. Per gli uomini della Squadra Mobile e della Dda, i due cercarono di farsi dare dal commerciante ucciso alla Mandolossa nella sua pizzeria al taglio l’11 agosto del 2015, 15mila euro in cambio della loro protezione. Per l’accusa Sorrentino e Garofalo prospettarono il loro intervento come l’unica chance che aveva Serramondi per proseguire la sua attività: «facciamo piazza pulita degli spacciatori davanti al tuo locale, ma tu ci devi 15mila euro».

Un nuovo processo d’appello sarà necessario anche per i 30mila che i due imputati, per l’accusa, avrebbero preteso dall’aggiudicatario di un appartamento battuto all’asta e appartenuto ad un commercialista amico degli amici.

Dietro la minaccia di gravi conseguenze per l’incolumità fisica sua e dei suoi famigliari, ma anche con continui riferimenti alle presunte ritorsioni organizzate da persone affiliate alla ’ndrangheta - per le quali il commercialista esecutato a loro dire avrebbe lavorato - e prospettando come unica soluzione la loro mediazione, i due riuscirono a gettare nell’ansia la loro vittima, che invece di mettere mano ai suoi conti e pagare, però si rivolse alla Polizia e denunciò quanto accaduto, facendo scattare l’inchiesta.

Respinti

In attesa di leggere le motivazioni della Cassazione, una cosa si può dire: gli ermellini hanno accolto i motivi di appello formulati dell’avvocato Scalvi. Il difensore di Sorrentino aveva eccepito la legittimità di alcune testimonianze, in particolare le modalità con le quali furono assunte a processo.

La Corte di Cassazione ha rigettato tutto il resto: a partire dai ricorsi degli stessi Sorrentino e Garofalo con riferimento alla corruzione dell’ispettore di Polizia Enzo Origlia, messa in atto per avere da quest’ultimo informazioni ricavate dalla banca dati Sdi; ma anche ad un’altra tentata estorsione aggravata cui era collegato l’incendio dell’auto della persona estorta. Per i giudici della Suprema Corte sono inammissibili anche le istanze dello stesso Origlia, ma anche quelli di Dejan Nedeljokovic e di Antonio Garofalo. Le loro condanne a 7 anni, 6 anni e 6 mesi sono diventate così definitive.

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