«Ciao Brescia, noi torniamo in Ucraina per combattere»

Oleksandr è partito con altri tre connazionali: «La paura più grande? Uccidere un amico russo»
L’amore per la patria convince molti ucraini a tornare nella città d'origine per combattere - © www.giornaledibrescia.it
L’amore per la patria convince molti ucraini a tornare nella città d'origine per combattere - © www.giornaledibrescia.it
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A salutarlo, davanti alla portiera scorrevole del mini pullman bianco in partenza, non ha voluto nessuno. «Non mi piace andarmene da un posto in lacrime, me l’ha insegnato mio nonno: ci si mette in viaggio sempre con speranza e con spirito di avventura, mai con tristezza. Si va fieri verso un’esperienza, qualsiasi sia». Oleksandr ha 44 anni, è a Brescia da sei, di mestiere fa il magazziniere. E ieri, a testa alta, ha chiuso dietro di sè la porta di casa per andare a combattere.

In missione

Insieme a lui ci sono altri tre connazionali, ma loro preferiscono non parlare: troppa tensione, un italiano tentennante, i pensieri ancorati alle famiglie che lasciano qui. Per il resto la maggior parte dei «passeggeri» è rappresentata da scatoloni e sacchi stracolmi di solidarietà: «Quando si va in Ucraina non si sprecano mai viaggi a vuoto, soprattutto in questo caso. È guerra - scandisce con rabbia -: nessuno la merita, nessuno merita di dover scegliere tra una sopravvivenza certa da sottomessi e una libertà nel terrore delle bombe».

Capelli neri, occhi piccoli ma vivacissimi, mani sempre in moto, parlantina fluente. Oleksandr non è un soldato, ma ha già combattuto nel 2014, quando i separatisti hanno proclamato la repubblica del Donbass. «Poco dopo sono venuto in Italia, ho scelto Brescia perché avevo già degli amici arrivati qui anni prima, è una bella comunità, ci aiutiamo a vicenda».

Mentre parla stringe il suo borsone: blu, piccolo, ma preziosissimo. «Qui c’è giusto il necessario» spiega mentre lo apre ed estrae due fotografie: «Queste sono le mie ragazze, mia moglie e le mie due bambine di 14 e 11 anni: le ho salutate prima, a casa. Questi, invece, sono i miei genitori e mia sorella che ora è incinta e che da giorni sta chiusa in cantina, sperando che il marito, ogni 24 ore, riesca a chiamarla. Un giorno non lo ha fatto perché uno dei bombardamenti aveva fatto saltare le linee telefoniche, ma si è pensato al peggio: lui si è arruolato subito, dal primo giorno. E adesso tocca a me».

Patria

Al suono della sirena, la popolazione ucraina si rifugia nelle stazioni metro- © www.giornaledibrescia.it
Al suono della sirena, la popolazione ucraina si rifugia nelle stazioni metro- © www.giornaledibrescia.it
Perché lasciare un luogo sicuro e la propria famiglia per tornare in Ucraina a imbracciare un fucile? Alla domanda risponde subito, senza esitare, con tono di rimprovero: «Una cosa che ho notato qui è che non c’è molto il senso della patria. Ma noi lo abbiamo nel dna, la nostra terra è preziosa perchè ce la siamo ricostruita da soli, con fatica. Sono stati anni durissimi, c’era una povertà assoluta e lo stesso ce l’abbiamo fatta. Quando si è sciolta l’Unione sovietica non avevamo niente, i miei genitori ne hanno fatti di sacrifici per avere una casa, ma per la libertà ne è valsa e ne vale la pena. Ora, se non combattiamo noi per primi per la nostra terra e per la nostra bandiera, chi lo deve fare? Se non siamo noi i primi a rischiare per le nostre famiglie che ancora vivono lì, perché dovremmo chiedere aiuto ai soldati stranieri?».

Confine

La fierezza con cui pronuncia queste domande è la stessa con cui spiega: «Io non vado a combattere contro i russi, io vado a combattere perchè il nostro possa restare un Paese libero in cui non ci sia imposto il regime di Putin. Putin non è il popolo russo, Putin è il tiranno del popolo russo, non deve diventarlo anche del popolo ucraino». La vera paura di Oleksandr non è morire in battaglia, si tratta di «un rischio che ho scelto di correre da ora, da quando mi metto in viaggio» racconta. Ma è terrorizzato dalla possibilità di uccidere una persona «costretta contro la sua volontà a invadere le nostre città, perchè quella persona potrebbe essere un mio amico: ho tanti amici che vivono un Russia o che hanno mogli o mariti russi».

Sono i racconti del cognato ad avere acuito questo timore: «L’altro giorno ci ha raccontato che dei soldati russi hanno detto ai civili di spostarsi dai luoghi principali della città (che non vuole citare per ragioni di sicurezza - ndr): li hanno avvisati perchè sapevano che tutte le zone dei servizi e strategiche sarebbero state bombardate. Capisci anche da questi gesti che molti di loro non vogliono uccidere. Ma non possiamo stare a guardare».

L’ora di mettersi in marcia nella coreografia dell’incertezza è scoccata, Oleksandr butta lo zaino nel mini pullman e prima di fare scorrere la portiera si gira di scatto: «Grazie Brescia, perchè sono sicuro che se mi succederà qualcosa di brutto la mia famiglia è in un posto accogliente. E le mie ragazze non saranno sole». Oltre quindici ore di viaggio più tardi, 19.16. «Siamo al confine, non si riesce a vedere la fine della fila di gente in direzione opposta, in attesa del suo turno per scappare. Disperazione e paura ovunque, abbiamo almeno dieci ore di coda davanti a noi. Qui quasi a Užhorod, passo e chiudo».

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