A Brescia il lavoro c’è, ma mancano retribuzione e tutele adeguate

A Brescia non è il lavoro che manca. Del resto, il tasso di disoccupazione fisiologico si attesta al 4% ed entro giugno le assunzioni previste dalle imprese bresciane sono 33.160, secondo i dati dello studio Excelsior-Unioncamere. A mancare è il lavoro adeguatamente retribuito e tutelato, soprattutto per le nuove assunzioni che nel Bresciano sono a tempo indeterminato solo in un caso su tre.
Tra opportunità e insidie
Si ha l’impressione, quando si cerca lavoro, di vivere in un mondo di straordinarie opportunità, ma anche di pericolose insidie. Un mondo complesso in cui gli scenari normativi e contrattuali sono in continua evoluzione. Come lo è la concezione del lavoro, soprattutto tra le fasce più giovani che non hanno più come solo obiettivo il salario e la stabilità del posto, ma cercano soddisfazione personale, autorealizzazione e spazi per una vita in cui gli impegni lavorativi non siano totalizzanti.
Working poor
Un mondo complesso, dunque, che mantiene comunque alcune certezze. Almeno sulla carta. A partire dai principi fondamentali della nostra Costituzione: il primo asserisce che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e il quarto ricorda che il lavoro è anche un dovere. Il presidente Sergio Mattarella li ha citati, e con essi alcuni punti fermi quando si parla di lavoro: si è espresso contro la precarietà come «sistema che stride con la crescita»; contro lo sfruttamento minorile e le discriminazioni delle donne. Ostacoli da superare, insieme al «working poor», ovvero a quella condizione - sempre più diffusa - in cui i lavoratori, pur avendo un’occupazione, sono poveri e socialmente emarginati perché il loro salario non regge il costo della vita, e al «mismatch», ovvero la difficoltà a far coincidere la preparazione e la professionalità di chi cerca un’occupazione con le esigenze del mondo del lavoro, e viceversa.
Se è vero, citando ancora le parole pronunciate da Mattarella alla vigilia del primo maggio, festa internazionale dei lavoratori, che «il lavoro è motore della coesione sociale», l’analisi della situazione ci rimanda un quadro in cui molti sono i fattori disgregativi.
Donne uomini

Lavoro e tempo
«Il nodo cruciale da sciogliere, quando si parla di disparità tra donne e uomini, è la questione del lavoro e del tempo - spiega Vera Lomazzi, docente di Sociologia al Dipartimento di Scienze aziendali dell’Università di Bergamo -: le politiche adottate possono scardinare elementi che penalizzano le donne, condizionate dai lavori di cura in percentuale molto più alta rispetto agli uomini. Creare servizi è anche una questione culturale, perché equivale all’idea di società che si ha». Le difficoltà ad incastrare lavoro e tempo ha portato alle dimissioni volontarie nel Bresciano di 1.239 persone, di cui il 99% donne (dati 2020) a fronte delle 1.051 di Bergamo e delle 61.949 su base nazionale. Nel dettaglio - come spiega Lomazzi - la scelta a Brescia è stata motivata nel 58% dei casi dalla difficoltà di conciliazione (59,4% a Bergamo). Difficoltà legate alla mancanza di servizi nel 57% delle scelte bresciane (40% a Bergamo) e legate all’azienda (43% Brescia e 60% Bergamo).
Disparità di trattamento
Un quadro sul quale pesa anche la disparità di trattamento - non solo economico - tra lavoratori donne e uomini. Nonostante il quadro normativo di tutela, ad oggi il divario retributivo di genere persiste in tutta l’Unione. Secondo i dati Eurostat (2021), le donne hanno percepito un guadagno su base oraria del 12,7% inferiore rispetto agli uomini nell’Ue, e del 13,6% se si considera esclusivamente l’Eurozona. Per superare il divario, lo scorso 31 marzo dall’Eurocamera è arrivato il via libera definitivo alle nuove regole contro il divario di salario tra donne e uomini. Regole che sono vincolanti per i 27 e impongono che le strutture retributive siano basate su criteri neutrali rispetto al genere, sia nel privato sia nel pubblico.
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