Su quella passerella, su quel tappeto rosso tra centinaia di flash, tutti sognano di salire almeno una volta. Non è facile: ci vanno i premi Oscar, le donne più belle al mondo, gli artisti di Hollywood. Ma, a volte, ci sale anche chi ha qualcosa da dire o da testimoniare con la propria vita. Perché non serve aver studiato recitazione negli Stati Uniti o avere cognomi famosi come Pitt o Cruz, Di Caprio o Jolie per calcare il red carpet di Venezia. Ci sono storie che, seppur tristi e tragiche, hanno diritto di essere messe sotto i riflettori per il loro valore sociale.
Ne è un esempio «Matrimoni forzati», il docufilm presentato al Festival del cinema di Venezia: racconta il dramma delle nozze combinate, con il coraggio di farlo in un periodo in cui dall’Afghanistan arrivano immagini di donne prese a bastonate, che non possono seguire le lezioni all’università nella stessa aula dei compagni. Nelle settimane in cui, in Italia, si sta cercando il corpo di Saman Abbas, la diciottenne pachistana uccisa dai familiari per essersi ribellata a un’unione combinata. Un documentario che parla molto bresciano. Sia nei protagonisti, sia nelle storie ma anche nelle idee e nelle volontà.



