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LE MOTIVAZIONI

«Pinky bruciata davanti ai figli per orgoglio maschile»


Bassa
15 nov 2017, 19:14
"PINKY, BRUCIATA PER ORGOGLIO MASCHILE"

Non ci sono scuse davanti ad un gesto tanto crudele. «Nemmeno le sofferenze legate alla condizione di emigrato in un paese lontano, con disagi economici e i retaggi di una cultura confliggente con quella italiana in nessun modo possono giustificare la condotta» scrivono i giudici della Corte d’appello nelle 23 pagine di motivazioni della sentenza di condanna a 14 anni di carcere nei confronti di Ajaib Singh, il 33enne indiano che la notte del 20 novembre 2015 a Dello ha dato fuoco alla moglie connazionale Parvidner Kaur, Pinky per tutti.

Una donna - scrivono i giudici di secondo grado - «che viveva quotidianamente la conflittualità tra due mondi opposti: da un alto il mondo occidentale che la vedeva perfettamente integrata nella società, dall’altro il mondo indiano, in cui era la moglie sottomessa, completamente dedita al marito e alla suocera, che poteva vestirsi all’occidentale purché totalmente coperta solo per recarsi al lavoro e nel tempo libero doveva indossare il sari».

E il marito le diede fuoco con la diavolina liquida proprio perché non sopportava il suo stile di vita occidentale. «La ragione della condotta posta in essere risiede in un futile motivo di orgoglio maschile» scrive il presidente della Corte Eleonora Babudri. «Pur non avendo provocato la morte della parte offesa, la moglie che è una giovane donna ha comunque riportato delle conseguenze indelebili sul viso e sul corpo, segno di un trauma certamente incancellabile per lei e per i figli minori che assistettero alla vicenda».

I bambini della coppia furono infatti spettatori della terribile notte nell’abitazione della Bassa bresciana teatro del tentato omicidio di Pinky, difesa dall’avvocato Luca Broli. Confermando la condanna di primo grado i giudici della Corte d’appello hanno poi sottolineato che «l’imputato non ha mai mostrato alcuna resipiscenza per quanto accaduto e neppure ha offerto alcun risarcimento per i gravi danni fisici e psichici subiti dalla madre dei suoi figli». Quello che accadde a Dello fu l’epilogo drammatico di un matrimonio combinato.

«Nulla può giustificare un tale gesto, tenuto che la moglie fu costretta a sposare un uomo che non aveva scelto anche se mai, per tale ragione, usò violenza nei suoi confronti, come invece abitualmente faceva l’imputato verso la donna» scrive il presidente della Corte d’appello che rigettando il ricorso presentato dall’avvocato Gianfranco Abate, legale di Ajab Singh, smonta la tesi dell’imputato che ha sempre detto che era stata la moglie a tentare il suicidio. «Se così fosse stato di certo lui avrebbe cercato di aiutarla invece che prenderla a calci e pugni mentre stava bruciando viva».

 

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