L'azienda è in amministrazione giudiziaria dal 24 maggio scorso. Compresi i siti industriali di Calcinato, Calvisano e Quinzano. Ora sul caso della Wte si è pronunciato il pm Teodoro Catananti che ha chiuso le indagini sulla vicenda dell'azienda bresciana accusata di aver sparso su terreni agricoli di mezza provincia 150mila tonnellate di fanghi contaminati da sostanze inquinanti in un periodo compreso tra il 2018 e il 2019.
«Si sente una puzza di putrefazione, che ti penetra e ti resta addosso, anche sui vestiti (...). Fa lacrimare gli occhi (...). È come fosse ammoniaca, non riesco nemmeno a definirlo (...). Impossibile anche aprire le finestre, questo non è vivere (...)» è uno dei racconti - agli atti - dei residenti sentiti sul periodo finito sotto l'occhio della magistratura. È l’inchiesta della ormai tristemente famosa intercettazione in cui viene detto «io ogni tanto ci penso, chissà il bambino che mangia la pannocchia di mais cresciuta sui fanghi. Io sono stato consapevolmente un delinquente».
Le aziende agricole che hanno ricevuto i fanghi contaminati si trovano a Bagnolo Mella, Bedizzole, Botticino, Brescia, Calcinato, Calvisano, Dello, Fiesse, Gambara, Ghedi, Isorella, Leno, Lonato del Garda, Manerbio, Mazzano, Montirone, Nuvolera, Offlaga, Orzinuovi, Ospitaletto, Pavone Mella, Poncarale, Pontevico, Pralboino, Remedello, Rezzato, Roccafranca, San Paolo, Verolanuova e Visano. I fanghi di depurazione dovevano essere trattati, igienizzati e trasformati in fertilizzanti, Ma, stando alle indagini, dentro Wte alle acque reflue di impianti civili ed industriali sarebbero stati aggiunti altri rifiuti pericolosi e sostanze chimiche inquinanti e poi il tutto veniva venduto ad agricoltori, alcuni compiacenti e altri no, che li utilizzavano nei loro terreni. Per chi indaga era «una consapevole strategia aziendale» per ridurre al minimo i costi e massimizzare il profitto.




