«Lo scriva che sono arrabbiato e avvilito!». Così mi lascia Antonio De Matola dopo due ore di chiacchierata sulla sua missione dedicata alla tutela degli alberi, conifere e querce in particolare, e una passeggiata nel suo orto-laboratorio dedicato a specie in via d’estinzione e al cambiamento climatico.
È adirato con gli esseri umani ai quali «la tassonomia ha affidato ben due sapiens, ma almeno uno, se non tutte e due – dice –, andrebbero ritirati».
Il motivo? La mancanza di attenzione verso gli alberi: «Possibile – chiede con calma e fermezza – che non abbiano capito che la vita è concessa solo laddove le piante lo permettono?».
Chi è
Antonio De Matola è una vera autorità quando si parla di piante: è botanico, ricercatore e divulgatore, insignito da Mattarella del titolo di Cavaliere della Repubblica (ma ci tiene a ricordare che è anche «Re degli alberi», carica conferitagli in Benin con tanto di un bastone-scettro). La sua notorietà è legata soprattutto al fatto che è il creatore e custode degli Orti Botanici di Ome.
«Pensi che arrivato a Brescia l’unico albero che conoscevo era quello della nave» dice scherzando. Ma è proprio così: l’ultra settantenne di origini napoletane (ma anche normanne e spagnole, come sottolinea lui) ha un passato da marinaio.
È stato l’incontro, a Trieste, con Maria Bianchetti da Bagnolo Mella, inseparabile compagna di vita e imprese, a portarlo nel Bresciano.
De Matola ha un modo tutto suo di raccontare, poetico e schietto, che va alle radici (e non poteva essere altrimenti) delle cose: e così le origini di Maria, contadine e per questo «miti e buone», opposte alle sue «guerrafondaie» in quanto marinaio, diventano il filo rosso che accompagna la lettura delle loro straordinarie gesta. Lui si racconta come «l’unico napoletano che ha scritto prefazioni per libri in dialetto», ed in effetti ogni tanto dall’italiano passa al bresciano. E ben pronunciato. E si diverte a mettere alla prova anche me, brescianissima, con l’ardua lettura di una poesia in vernacolo.
L’inizio di tutto
Sceso dalla nave, il giovane Antonio finisce sulla collina di Ome: qui dissoda il terreno, impianta frutteti a scalare e un uliveto con 50 varietà, dalla Normandia al Marocco; impara, grazie al suocero, i segreti della terra: «Ci inventammo una vita molto bella» ricorda.
E qualcosa lì scattò: «Incominciai a studiare per capire cosa dovevo coltivare per il sostentamento dei figli. Capii che per ogni frutto c’era una stagione ed iniziai ad affezionarmi alla terra».
Da lì passò alla botanica e al riconoscimento tassonomico. E anche qui Maria c’entra: lo ha sempre seguito, sostenuto e appoggiato, ha scelto di lasciare il lavoro da dirigente in un'azienda e di dedicarsi ai tre figli e alla loro terra.
Di notte, però, era sempre lei a scrivere a macchina i suoi libri e ad aiutarlo nella stesura. Ed è ancora lei, oggi, a gestire la posta elettronica e, con pazienza, a tenere insieme tutto.
Gli orti botanici
La vera impresa di De Matola sono stati i due orti botanici di Ome: «Per crearli mi sono prostrato, inginocchiato e ho chiesto favori a tutti». Ma è servito perché oggi gli orti botanici, quello delle querce, nel bosco alle pendici del Cimarone, e quello delle conifere sono due presidi ambientali: «Questa zona – rivela – si presta alla biodiversità».
In quello delle conifere, il primo a nascere, ci sono 8 delle 10 famiglie sulla terra, tutte quelle che curano i tumori femminili. Le altre due non potranno entrare in Franciacorta perché per queste «servirebbe una serra».
Un’impresa piuttosto ardua conservarle perché, spiegano Maria e Antonio, l’ottava, una volta introdotta, è stata rubata più volte. In quello delle querce crescono ben 132 specie su 638 esistenti. Un bel primato per un Comune di 3mila abitanti.
È tanto? Per De Matola non basta: «Ci sarebbe ancora molto da fare – spiega il botanico – come un’aula per la conservazione del patrimonio, una sede dove conservare gli erbari che lui custodisce e un laboratorio di microscopia, con strumenti, per lo studio».
Lezioni per bambini
De Matola entra spesso nelle aule delle scuole, «nonostante – ammette – io non sappia parlare in maniera semplice e sia burbero con loro; ma per trattare certi temi ci vuole serietà».
Nonostante questo non demorde: qualcuno si appassiona e col tempo torna a fare il volontario nei due paradisi che ha creato.




