Ambiente

La lezione del paesaggista Emanuele Bortolotti per le città del futuro

L'agronomo sarà con il Garden club di Brescia in visita al Parco Te a Mantova. E lancia l'appello ai Comuni: «Vorrei realizzare un corridoio verde in una città»
Elisa Rossi

Elisa Rossi

Giornalista

Uno scorcio di Parco Te © www.giornaledibrescia.it
Uno scorcio di Parco Te © www.giornaledibrescia.it

«Il cambiamento climatico ha creato l’urgenza, ma già col covid si erano cominciati a capire i benefici del verde. Questo è un momento cruciale»: le parole dell’agronomo e garden designer Emanuele Bortolotti fotografano il cambio di paradigma quando si parla di paesaggio urbano e contatto con la natura, elementi ormai considerati essenziali sia per la salute psico-fisica dei residenti sia come fattore determinante per l'attrattività e il valore di mercato delle abitazioni. E proprio per questo sta diventando sempre più centrale la professione del paesaggista che è «chiamato a dare risposte».

Il garden designer, classe 1955, da 40 anni attivo nella progettazione paesaggistica in Italia e all’estero, sarà ospite del Garden club di Brescia proprio domani (il sodalizio bresciano ha scelto lui per aprire l’anno dedicato proprio ai grandi paesaggisti): porterà i soci a visitare il «suo» Parco Te a Mantova, una delle ultime grandi realizzazioni tra le quali ricordiamo anche il masterplan e il progetto paesaggistico del «Nuovo Stadio di Milano», Bosconavigli, con Stefano Boeri e Arassociati, la rigenerazione turistica di Albena in Bulgaria e Parco delle Dune a Genova. E poi, come dimenticarsi che è stato, nel 2001, il primo italiano a vincere come progettista una medaglia al Chelsea Flower Show.

Emanuele Bortolotti © www.giornaledibrescia.it
Emanuele Bortolotti © www.giornaledibrescia.it

Quest’estate si è parlato molto di verde e città. Direi anche finalmente.

Il paesaggista un tempo si occupava di giardini e poco più, ma pian piano ha cominciato a lavorare con ingegneri e architetti fino a diventare da consulente a regista.

Dopo il covid c’è stato un aumento di richieste di far entrare il verde nella vita quotidiana perché si è cominciato a capire che la natura porta un beneficio all’ambiente e alla salute psico-fisica. Dopo decenni di allontanamento ora l’avvicinamento è velocissimo. Si stima che entro il 2050 circa il 75% della popolazione mondiale vivrà nelle città, bisogna fare molto per renderle meno inospitali e chi può farlo meglio di un paesaggista? Il paesaggista infatti è abituato a guardare al contesto, ha un know how specifico ed è avvezzo a lavorare in maniera multidisciplinare. Oggi abbiamo tante possibilità, ma anche grandi responsabilità etiche ed estetiche.

Gli ingegneri e gli architetti ve lo lasciano fare?

Nei primi anni Duemila eravamo consulenti specifici, poi abbiamo iniziato a lavorare in maniera multidisciplinare e ora siamo i registi. Ci chiamavano per inserire le strutture nel territorio, per mimetizzarle col verde, ora siamo noi che realizziamo «strutture verdi» che influenzano l’edificato. E non è solo una questione di contenuti. Finalmente il paesaggio è centrale nel processo di trasformazione del territorio. Il nostro studio ha festeggiato i 40 anni, oggi siamo in 50 a occuparci interamente di paesaggio e, dato che abbiamo cominciato da progetti in piccola scala, siamo più attenti ai dettagli.

Alcune realizzazioni di Bortolotti tra Milano, Genova e Bulgaria
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Alcune realizzazioni di Bortolotti tra Milano, Genova e Bulgaria

Ci sono città, come Parigi o Londra, che stanno modificando la loro conformazione chiudendo strade e trasformandole in zone verdi. Mi pare che in Italia si faccia più fatica.

Le città sono dense, spazi verdi non si trovano non solo in superficie, ma anche sotto, dato che passano i sottoservizi, e quindi non sempre c’è spazio perché vi cresca un albero. In Nord Europa, poi, hanno iniziato molto prima a curare il verde, l’Italia quindi sconta un ritardo. E poi in molte nostre città o borghi non è proprio stato previsto. Pensiamo a Milano, il verde c’è, ma è scollegato, non se ne percepisce per questo il beneficio. Bisogna mettere la natura, quindi, al centro di ogni progetto; depavimentare e promuovere la biodiversità, è fondamentale.

Come ha iniziato il suo percorso?

Mio padre mi è quasi svenuto in braccio quando gli ho detto quello che volevo fare (ride). Ho fatto il classico e poi agraria, a quel punto mi iscrissi al primo corso di architettura dei giardini dell’Istituto Superiore di Architettura e Design di Milano con Pietro Porcinai (considerato il più grande architetto del paesaggio italiano del Novecento, ndr) e Paolo Pejrone. Era un master di un anno a tempo pieno dopo il quale andai a lavorare con Giulio Crespi; dopo un paio d’anni, con l’architetto Paolo Villa che conobbi al master, ci mettemmo in proprio e nacque lo Studio AG&P. All’inizio fu una fatica, ma negli ultimi 10-12 anni la crescita è stata impetuosa: ci occupiamo di sviluppo residenziale, verde per luoghi di cura e aziende, spazi urbani e parchi pubblici. Il libro «Il diritto alla natura» è il nostro manifesto, si spiega come creare sistemi verdi e diffusi. Quante volte sentiamo dire che la tal azienda ha piantato 2mila alberi, ma quanti ne sopravvivono dopo un paio d’anni? Questo per dire che serve un expertise, non è marketing.

Un messaggio per le amministrazioni?

In realtà devo dire che sono quelle che stanno facendo meglio, hanno capito che serve fare un passo in più e che servono le persone giuste, che è necessaria una regia che sappia leggere il territorio.

Da cosa parte quando deve progettare?

Il paesaggista parte dal contesto, dall’analisi del territorio, dalla storia, dalle caratteristiche botaniche, da come si userà quel luogo e dalle necessità del territorio. Non si parte da idee preconcette come spesso fa l’architettura o dalla volontà di lasciare traccia di sé.

Ha fatto così anche a Mantova?

Questo è il progetto a cui tengo di più: lavoriamo spesso per Comuni e privati, ma questo è un parco di 8 ettari per la collettività in un sito Unesco e, dunque, vincolato; per i cittadini di tutte le etnie e fasce d’età. Il sindaco di allora lo volle fortemente per riqualificare un’area degradata con sterrati e campetti, un’area vuota dove c’erano solo viali alberati; un progetto non semplice e per l’approvazione passò dalla Sovrintendenza, dal Comune e dall’Unesco.

Parco Te a Mantova, come il giardino ha cambiato l'area attorno a Palazzo Te
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Parco Te a Mantova, come il giardino ha cambiato l'area attorno a Palazzo Te

Abbiamo lasciato al centro grandi prati e tutto intorno un anello sterrato lungo il quale correre, camminare, sedersi a riposare. Sappiamo che, poi, c’è bisogno di ombra e frescura e quindi, ispirati dalla Camera degli sposi del Mantegna del vicino Palazzo Te, abbiamo creato, 16 cerchi di alberi, lecci e carpini, di 25 metri ciascuno all’interno dei quali sono stati creati un campo da basket, un’area per il gioco degli scacchi e ping pong, zona pic nic e con erbe aromatiche. Ogni area ha situazioni diverse.

Poi ci sono fontane con getti alti e bassi, uno spasso per i bambini.

C’è spazio anche per palchi e iniziative come la pista per pattinare. E i cittadini l’hanno colonizzato. In più abbiamo introdotto un’innovazione che non c’è altrove in Italia: abbiamo proposto – e il sindaco ci ha lasciato carta bianca – di portare 300 sedie in ferro spostabili in modo tale che la gente le mettesse dove vuole, all’ombra, al sole, sotto un albero. E in tre anni non ne è stata rubata nemmeno una perché quando la gente adotta un luogo lo preserva. Un giardino è un presidio sociale.

Che giardino le piace?

Ci sono progettisti che vogliono avere uno stile riconoscibile altri, invece, rispettano il genius loci (l’anima o lo spirito custode di un luogo specifico), io mi riconosco in questa seconda categoria, non ho uno stile riconoscibile, mi adatto a situazioni, stili e gusti di chi ci vive. Ho uno stile eclettico. Amo le piante mediterranee, ma non le metto dove non sono adatte. Quello che mi piace è la trasformazione dei luoghi e mi concentro su quello.

Una curiosità, cosa si prova a vincere una medaglia al Chelsea Flower Show?

Avevo partecipato trainato da Grandi Giardini italiani portando il progetto di un giardino napoletano ispirato al Chiostro di Santa Chiara. Mi sono trovato uno sponsor, ho fatto arrivare due tir dall’Italia con le colonne. Restai un mese a Londra e conobbi paesaggisti di tutto il mondo, fu una bella esperienza. Io presi la medaglia di bronzo, Carlo d’Inghilterra l’argento.

A Brescia cosa farebbe?

La conosco, ma non così bene per poter rispondere.

Il progetto che non ha ancora realizzato, ma che sogna di fare?

Mi piacerebbe creare un sistema verde per unire tutte le aree di una città in modo tale che, a bici o a piedi, si possa percorrere la città senza attraversare una strada.

La proposta c’è, ora l’appello è per un’amministrazione che voglia buttarsi in un’avventura che sicuramente lascerà il segno. Brescia è avvisata.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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