Ambiente

Cloud seeding: ha senso «fabbricare» la pioggia in Pianura Padana?

Tra allerta meteo e grande caldo si torna a discutere dell’«inseminazione» delle nuvole. L’intervista al prof. Gerosa, esperto di microclima: «Ora si parla di geoingegneria, modelli per forzare l'atmosfera. Ma è un azzardo imprevedibile»
Giovanna Zenti

Giovanna Zenti

Giornalista

Nuvole che minacciano pioggia
Nuvole che minacciano pioggia

Un’estate rovente, con una serie di giornate da bollino rosso che hanno messo a dura prova i bresciani. Caldo torrido seguito dall'improvvisa allerta meteo per temporali e grandine. Quando l'atmosfera si carica di tanta energia, l’occhio corre sempre alle previsioni perché la memoria richiama le supercelle, i downburst e i grossi chicchi di grandine che da qualche anno a questa parte segnano la stagione estiva della provincia.

Si cerca di prevenire i danni, come a Niardo, dove il torrente Re è il sorvegliato speciale da un sistema d’allarme che entra in funziona quando scende molta pioggia in poco tempo. Ma ci si chiede anche se oggi sia possibile governare il meteo in qualche modo, perché quando al caldo si aggiunge l’assenza di precipitazioni, in un’epoca in cui nevica meno e il ghiacciaio dell’Adamello è il grande malato cronico destinato a sparire, anche i laghi si svuotano, mettendo in allarme soprattutto gli agricoltori. La domanda dunque è: si può «fabbricare» la pioggia dove serve, magari per salvare i campi dalla siccità o mitigare la grandine?

Nel dibattito pubblico globale torna ciclicamente di moda il cloud seeding, letteralmente l'inseminazione delle nuvole: una tecnica nata negli anni Quaranta che consiste nello «sparare» nelle nubi sostanze come lo ioduro d'argento o il comune sale (sali idroscopici) tramite aerei o cannoni.

Come si «strizza» una nuvola

«Il principio mima un processo naturale», spiega Giacomo Alessandro Gerosa, professore di Fisica del sistema Terra e del clima all'Università Cattolica di Brescia. «Le nuvole sono fatte di micro-goccioline d'acqua così piccole da fluttuare a mezz'aria, perché il loro peso non vince la forza di galleggiamento di Archimede. I sali iniettati funzionano come "calamite" (cloud condensation nuclei): attirano le micro-gocce, le fanno unire in gocce più grandi e, quando il peso è sufficiente, la pioggia cade».

Nelle nuvole vengono liberati sali idroscopici
Nelle nuvole vengono liberati sali idroscopici

Sembra la soluzione a tutti i mali, ma la realtà è molto diversa. A cominciare dal punto di caduta: «Non c'è controllo millimetrico – avverte il docente –. Se insemino una nuvola sopra il mio campo ad Alfianello, non è detto che piova lì: la precipitazione potrebbe cadere 20 chilometri più in là. Questa tecnica ha un senso nei paesi fortemente aridi, come quelli del Golfo. Gli Emirati Arabi, per esempio, spendono milioni per studiare sistemi di cloud seeding».

Nella Pianura Padana

E da noi, in una Lombardia che fa i conti estati sempre più estreme, investire nel cloud seeding ha senso? La risposta del fisico è «no».

I campi della pianura padana
I campi della pianura padana

«In Pianura Padana non abbiamo strutturalmente quel tipo di problema idrico tipico delle zone aride: l'acqua ci arriva dalle Alpi e abbiamo enormi riserve sotterranee che rendono la nostra pianura fertile e irrigua. Anzi, da noi l'umidità è talmente alta che evapora dal suolo e crea autonomamente sistemi nuvolosi enormi, capaci di dare vita a temporali e grandinate violente. La siccità che viviamo non giustifica interventi simili».

Oltre il cloud seeding: la geoingegneria

Il vero dibattito scientifico si è ormai spostato oltre il cloud seeding. Nei laboratori della Cattolica di via della Garzetta, il prof. Gerosa conduce studi modellistici di geoingegneria climatica con i suoi studenti di fisica dell'atmosfera. L'obiettivo non è più far piovere, ma modificare il bilancio radiativo del pianeta: iniettare nella stratosfera polveri bianche riflettenti per «schermare» la luce solare e abbassare la temperatura globale.

I modelli matematici bresciani dicono che iniettando solfati si potrebbe abbassare la temperatura della Terra di 1,5°C (centrando gli obiettivi di Parigi) in circa sette anni. Ma il prezzo da pagare è l'imprevedibilità.

«Il sistema climatico ha un'inerzia tale che, una volta avviato il processo, non lo fermi più. Come rimuoviamo poi quei sali? Speriamo nell'effetto delle ceneri vulcaniche, come accaduto naturalmente tempo fa per l’eruzione in Islanda, che aveva generato una nuvola capace di inibire il traffico aereo dissoltasi nel giro di qualche giorno. Ma restano azzardi immensi. Significa aggiungere una seconda manipolazione dell'uomo per correggere la prima (l'inquinamento), anziché eliminare l'errore alla radice».

Per spiegare il rischio di giocare a fare i maghi del clima, il professor Gerosa usa una metafora biologica: «È come in ecologia, quando per combattere una specie aliena invasiva se ne introduce una seconda che dovrebbe essere la sua antagonista. Poi, però, l'antagonista arriva da noi, trova qualcosa di più buono da mangiare rispetto alla specie aliena, ignora l'obiettivo e diventa a sua volta invasiva. Risultato? Non abbiamo risolto il problema iniziale e ora ne abbiamo due. La natura sa il fatto suo: meglio non alterare i suoi cicli».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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