Ambiente

Le api a Brescia stanno bene ed è una buona notizia per l’ambiente

Nella Giornata mondiale gli apicoltori tornano ottimisti dopo anni difficili: raccolta di miele in ripresa, in provincia ci sono 13mila alveari, la chimica agraria è in evoluzione
Giovanna Zenti

Giovanna Zenti

Giornalista

Quest'anno le api bresciane sono in salute
Quest'anno le api bresciane sono in salute

C’è un filo invisibile, ma robusto, che lega la salute degli alveari bresciani a quella del territorio che li circonda. Un legame al centro della nona Giornata mondiale delle Api che si celebra oggi, 20 maggio, sotto lo slogan Onu «Siate uniti per le persone e per il pianeta».

L’Italia è in testa alle classifiche dell’Unione Europea con un patrimonio che supera 1.700.000 colonie di api, per un valore stimato in 500 milioni di euro. Ma il vero dato riguarda l'apporto ecosistemico: l'impollinazione genera lungo la Penisola fino a 2 miliardi di euro di valore nella produzione agroalimentare e ben 150 miliardi di benefici ambientali.

A Brescia questa realtà si traduce in un presidio capillare: la nostra provincia conta circa mille apicoltori e un patrimonio di 13milla alveari (di cui 120 allevatori e 1.200 arnie solo in città), capaci di fotografare, vasetto dopo vasetto, lo stato di salute della nostra biodiversità.

Ricambio generazionale

Apicoltori
Apicoltori

Dopo stagioni segnate da morie e raccolti poveri, i produttori bresciani respirano. «Quest'anno non possiamo lamentarci dello stato di salute delle api: stanno bene e hanno avuto una buona produzione, a cominciare da robinia e acacia» spiega con pragmatismo Claudio Vertuan, presidente di Api Brescia e dell’associazione Apicoltori di Brescia. I monitoraggi sul campo confermano il cambio di passo: «Non ci sono state le morie degli ultimi anni e in molte zone siamo arrivati anche a un melario, un melario e mezzo di acacia, per una produzione che oscilla tra i 20 e i 35 chilogrammi. Abbiamo registrato anche meno sciamature rispetto agli anni precedenti».

Resta però il nodo del ricambio generazionale, un termometro sensibile per un settore che richiede investimenti e resilienza. «Sicuramente ci sono stati alcuni abbandoni, anche a causa delle difficoltà crescenti degli ultimi anni — ammette Vertuan —. Si produce troppo poco, a volte anche solo per gratificazione personale, e persino apicoltori importanti hanno dovuto mollare. Il lato positivo è che negli ultimi anni abbiamo tra i 50 e i 70 partecipanti iscritti ai nostri corsi. Certo, prima del Covid arrivavamo anche a 100-120, ma tra i tanti c'è chi inizia a produrre e arriva a strutturare una piccola azienda. Insomma, il ricambio c'è, anche se non è veloce».
 

Il fronte scientifico

«L’alveare è un sistema aperto che vive in continuo scambio con l’ambiente — spiega il professor Gianni Gilioli, docente di Entomologia generale e applicata dell’Università degli Studi di Brescia –. Quando è in salute può destinare energia all’esplorazione del paesaggio e alla raccolta; quando è sotto stress deve usarla per sopravvivere». I rischi sono noti: abuso di prodotti fitosanitari e contaminazione delle risorse nettarifere.

Per anticipare queste crisi, l’ateneo cittadino ha sviluppato strumenti all'avanguardia: «Abbiamo messo a punto modelli di simulazione che consentono di stimare in modo preciso la salute degli alveari e il loro contributo alla domanda di impollinazione delle piante, coltivate e selvatiche. Questo modello è in grado di supportare decisioni informate sulla gestione del territorio».

La perdita degli impollinatori non è infatti un problema solo per il miele: «In agricoltura riduce quantità e qualità delle produzioni; negli ambienti naturali può alterare la composizione della flora, favorendo le specie meno dipendenti dagli insetti e penalizzando quelle che ne hanno più bisogno, fino a possibili estinzioni locali». Un monito pesante, se si pensa che a livello nazionale sono già 34 le specie di api native in pericolo di estinzione.

Dallo «sfalcio minimo» alle autostrade verdi

A Brescia è stata istituita un'area a minima manutenzione
A Brescia è stata istituita un'area a minima manutenzione

Il cambiamento, tuttavia, sta già trovando sponda nelle istituzioni locali. Il Comune di Brescia è entrato ufficialmente nella rete dei «Comuni Amici delle Api», una decisione politica e ambientale che si traduce in 80mila metri quadrati di parchi urbani destinati allo «sfalcio minimo» (a cui si aggiungono gli storici 34.000 mq dei versanti del Castello) per proteggere gli insetti. Una misura considerata strategica. «Brescia ha una lunga storia di iniziative a favore degli impollinatori — evidenzia il prof. Gilioli —. Dai dati preliminari di una nostra ricerca recentemente pubblicata, emerge che le aree verdi urbane possono ospitare comunità diversificate di impollinatori. La scelta dello sfalcio minimo va nella direzione giusta: limita il disturbo, favorisce molteplici fioriture e aumenta i siti di nidificazione».

La vera sfida, ora, si sposta oltre i confini urbani, nei territori della pianura intensiva e nei vigneti della Franciacorta. «Un approccio analogo può essere applicato al paesaggio agricolo circostante, dove siepi e filari rappresentano già oggi infrastrutture ecologiche preziose — suggerisce il docente di UniBs —. Modificarne la gestione con approcci che favoriscano le specie mellifere ne aumenterebbe il valore sia come rifugio sia come elementi di connessione. Si tratta di misure coerenti con la Pac (Politica agricola comune), che incoraggia interventi volti a sostenere la biodiversità».

Arnie in un campo
Arnie in un campo

Un esempio concreto di questa sinergia tra agricoltura ed entomologia arriva dal progetto «Honeybees & Vineyard», che ha unito la Fai a Intesa Sanpaolo e alle aziende vitivinicole per utilizzare le api come bioindicatori ambientali. «Le api ci aiutano a leggere la salute dei territori — osserva Alberto Tasca, presidente della Fondazione Sostain Sicilia, partner del progetto —: dove la biodiversità è alta, cresce anche la qualità agricola e quella del vino. Un ecosistema ricco rende la viticoltura più resiliente e capace di esprimere il valore del territorio».

La tecnologia nei campi

La convivenza tra esigenze produttive e tutela delle api passa infine dall'evoluzione della chimica agraria, anche se gli esperti predicano realismo. «La ricerca sulla sostenibilità degli agrofarmaci è avanzata, ma va letta con equilibrio: non esistono soluzioni uniche e definitive» avverte Gilioli. La frontiera si muove su due binari: da un lato mezzi di controllo più selettivi (biopesticidi, sostanze naturali, feromoni e approcci innovativi basati su Rna per colpire solo il parassita bersaglio); dall'altro l'agricoltura di precisione.

«Si stanno sviluppando tecnologie per distribuire i prodotti solo dove e quando sono davvero necessari, riducendo la contaminazione delle aree circostanti. La sostenibilità non dipende da una soluzione miracolosa, ma da strategie integrate, basate su dati e ben adattate al territorio». Quelle stesse strategie che Brescia, tra laboratori d'avanguardia e alveari storici, sta provando a mettere in campo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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