Al femminile

Quella mano di troppo allungata sull'autobus

«Gli si piazzò davanti e, con tono sicuro, disse che lo avrebbe seguito fino a casa per raccontare tutto a sua moglie»
Augusta Amolini

Augusta Amolini

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Un autobus
Un autobus

Quando Giacomina rientrava dal lavoro, l’autobus era sempre pieno. Lo era anche quel giorno in cui un impudente sconosciuto, approfittando del paravento umano, le aveva tastato il fondoschiena.

Il «lumacone», sui sessant’anni, all’apparenza sembrava un tipo a posto: rassicurante quanto il nodo della cravatta sul completo scuro. Si era avvicinato, infilandosi tra i passeggeri in piedi aggrappati alle maniglie, attirato da quelle gambe lunghe e dai capelli biondi. Voi direte: non c’è niente di male a guardare un bel corpo fasciato in un paio jeans. Il quadro cambia quando qualcuno, invece di limitarsi a contemplare, stacca il cervello e con disinvoltura allunga la «mano morta».

Sentendosi palpata come un fico al supermercato, Giacomina si era girata di scatto e, fulminandolo con gli occhi, gli aveva urlato: «Cosa sta facendo? Come si permette di mettermi le mani addosso?». Il molestatore, per nulla turbato, aveva alzato le spalle e si era girato, come se la questione non lo riguardasse. Lei, innervosita e oltremodo offesa, decise di non fargliela passare liscia. Per farlo, scelse una soluzione creativa.

Gli si piazzò davanti e, con tono sicuro, disse che lo avrebbe seguito fino a casa per raccontare tutto a sua moglie. Solo dopo essere sceso alla sua fermata, il bel tomo si rese conto che lo stava tallonando. A quel punto iniziò a preoccuparsi sul serio e, messo alle strette, si fermò. Con voce tremula fece l’unica cosa sensata in una simile circostanza: chiese scusa.

Pallido e mortificato, confessò di non capire cosa gli fosse preso; disse che gli dispiaceva, insomma le domandò di perdonarlo. Usò parole misurate e piene di imbarazzo, forse motivate dal timore di avere incontrato «una pazza» (così l’avrà etichettata nella sua fretta) che non lo minacciava di denunciarlo in Questura, bensì di consegnarlo a una vergogna domestica, con inevitabili scossoni alla serenità coniugale.

Il fatto risale a tempo fa: compiuto da un uomo forse più stupido che inconsapevole, ma resta utile per spiegare il moto di ribellione verso gesti tanto laidi quanto insopportabili. Oggi si osserva un cambiamento significativo, già in atto da anni. Se la parola «rispetto» pesa qualche grammo in più è anche merito della reazione decisa di donne che, per una mano di troppo, restituiscono schiaffi morali ben assestati, destinati a lasciare il segno.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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