Verso la fine di Nuovo Cinema Paradiso, «il matto» del paese si aggira nella piazza principale, ormai invasa dalle automobili, e ripete con voce fioca: «La piazza è mia». Non riconosce più la sua piazza e diventa la rappresentazione malinconica di un’umanità che ha smarrito il proprio centro. Quell’immagine potrebbe essere l’allegoria di un’altra fine, quella che da tredici anni si cerca di scongiurare. Per questo, ogni 26 settembre, viene promossa la Giornata Internazionale per l’eliminazione totale delle armi nucleari, istituita dalle Nazioni Unite.
Si parla di rado della Risoluzione 68/32, che sollecita il disarmo degli arsenali atomici. Si parla piuttosto di pace in senso quasi aleatorio, come fosse qualcosa che non può essere calcolato in anticipo. Per preservarla invece non esiste altra scelta che quella indicata dal Mahatma Gandhi: «Non c'è via per la pace, la pace è la via».
Purtroppo, gli uomini soffrono di amnesia selettiva: fingono di dimenticare che ogni forma di vita nasce in una fragile bolla di acqua e ossigeno e, per un paradosso, la custodia del futuro viene affidata a una quantità crescente di armamenti. Senza contare che le migliaia di bombe atomiche esistenti sono drammaticamente sproporzionate rispetto alla quantità sufficiente per distruggere la terra. Abbiamo già degli esempi sufficienti per comprendere la portata del disastro che potrebbe verificarsi.
Basta una ricerca per sapere che la fuliggine prodotta dagli incendi provocati dalle esplosioni, una volta dispersa nell’atmosfera, potrebbe causare un inverno nucleare. Come dire: non si morirebbe soltanto per le radiazioni, ma anche per il cambiamento climatico, il collasso dei sistemi energetici e la distruzione dell’agricoltura. I sopravvissuti non potrebbero certo fare la spesa al supermercato. È bene essere consapevoli che l’abbassamento delle temperature porterebbe inevitabilmente a una carenza di cibo e, si sa, uno stomaco vuoto non è la migliore delle prospettive.
Un manipolo di Potenze detiene circa 12.000 testate nucleari. Un numero che non dovrebbe solo toglierci il sonno, ma spingerci a superare quel benaltrismo che ci porta a eludere i problemi, convinti che le questioni importanti siano sempre altre. La nostra è una storia che si legge in orizzontale e in verticale. Resta quindi la speranza che a vincere non sia soltanto l’istinto di sopraffazione, ma quel quid in più che ha consentito all’essere umano di scendere dagli alberi, raddrizzare la schiena e incamminarsi verso una piazza capace di contenerci tutti.




