Processo Bozzoli, in aula è stata riaperta l'ipotesi del forno

È stato «il giallo del forno» per i primi anni di inchiesta. Poi, quando l’indagine è stata avocata dalla Procura generale, gli inquirenti hanno cambiato punto di vista. Arrivando ad ottenere il rinvio a giudizio di Giacomo Bozzoli con l’ipotesi che abbia colpito lo zio Mario dentro la fonderia nella zona degli spogliatoi, lo abbia messo in uno dei sacchi capaci di contenere le scorie, portando infine il cadavere fuori dai capannoni di Marcheno. Non si sa però con che arma abbia ammazzato l’imprenditore, come e dove abbia caricato il corpo e soprattutto dove lo abbia occultato visto che a distanza di sei anni non è mai stato trovato.
L’ipotesi mai accantonata
Il forno, anche in virtù della fumata anomala di quella sera dell’8 ottobre 2015 alle 19.21 e 34'', non è mai però stato definitivamente e convintamente messo in un angolo in questo caso giudiziario. E nell’ultima udienza di mercoledì davanti alla Corte d’Assise, le parole di un consulente hanno riportato in primo piano l’ipotesi iniziale. «Nessuno di noi ha mai avuto un’esperienza professionale di un corpo di 80-85 chili buttato nel bagno di metallo fuso. Nessuno sa cosa succede» ha spiegato il genetista forense Giorgio Portera, consulente delle parti civili nel processo a carico di Giacomo Bozzoli. Il 29 aprile scorso l’anatomopatologa Cristina Cattaneo e Cesare Cibaldi, chimico esperto di metallurgia, erano stati decisi: «Mario Bozzoli non può essere finito nel forno». «In due anni di lavoro con una squadra di 18 persone non abbiamo trovato alcun elemento riconducibile ad organismo umano» fu il pensiero in aula dell’anatomopatologa. «Dopo la cremazione di un cadavere in forni da 1200 gradi e dopo 4 ore di processo - aggiunse Cristina Cattaneo - abbiamo ancora tra i 3 e i 4 chili di ossa. È quindi impossibile a temperature più basse non aver trovato nulla».Il genetista Giorgio Portera ha portato all’attenzione dei giudici una versione diversa. «La cremazione avviene con la fiamma, ma non è equiparabile ad un bagno di metallo fuso». Poi ha spiegato che «la combustione di un tessuto crea una degradazione tale all’interno del nostro Dna che poi non permette di identificarlo. Quando noi analizziamo corpi bruciati spesso non riusciamo a tirare fuori nulla geneticamente da quel corpo. Di conseguenza - ha concluso Portera- se un corpo è stato bruciato all’interno di un forno e facciamo dei prelievi sulla struttura è normale e ovvio che non si riesca a reperire il Dna».
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