Passo pesante, sguardo zuppo di lacrime, fisso in un orizzonte spento. Giacomo Bozzoli è pallido più di un foglio bianco; spaventato, atterrito. Sembra non vedere nessuno finché, appena fuori dall’aula che per due anni di processo l’ha visto presente, che per due anni ha registrato la sua spavalda professione di innocenza, trova i miei occhi. Mi guarda, mi fulmina, e mi chiede: «Ma mi hanno condannato per davvero?».
La risposta che cerca è nell’aria da poco più di un minuto. L’eco dell’ergastolo pronunciato dal presidente Spanò ha accelerato i battiti e incrinato la voce di tutti, a partire dalla sua. Sono tutti scossi, chi se l’aspettava e chi no. Lo è il pubblico ministero Silvio Bonfigli, lo sono gli avvocati di parte civile, lo è Vittoria sorella di Mario e zia di Giacomo, che piange e non riesce a darsi pace. Scossi lo sono i figli e la moglie della vittima, che perdono l’esemplare compostezza con la quale per ventidue hanno affrontato il crudo racconto dell’omicidio del loro Mario.




