Il movente del denaro. Quello alla base del delitto secondo gli inquirenti. Ma pure quello che Mirto Milani tentava di insinuare in una conversazione telefonica intercettata nei mesi scorsi dagli investigatori quale ragione per una fuga premeditata da parte di Laura Ziliani. La donna che, secondo la Procura, lui e le due figlie dell'ex vigilessa, al momento della conversazione finita nell'inchiesta, avevano già provveduto ad uccidere, stordendola con benzodiazepine e poi soffocandola.
Il fidanzato di Silvia Zani, la maggiore delle figlie della donna uccisa a Temù, ora in cella al pari delle due presunte complici per l'omicidio della Ziliani, al telefono con un amico lasciava scivolare la possibilità che dietro la scomparsa vi fosse un allontanamento volontario. Forse, chissà, consapevole dell'eventualità che quelle confidenze potessero essere oggetto di un'intercettazione.
Non solo. All'amico aggiunge anche dettagli sul quadro economico che la Ziliani, a suo dire, avrebbe lasciato dietro di sé prima di quella che lui ipotizza essere stata una fuga per distrarre somme ingenti e andare altrove a «fare la bella vita»: «La situazione era disastrosa. Lei spendeva più di quello che prendeva». Al che il suo interlocutore replicava che «una persona maliziosa e complottista, ovviamente, potrebbe anche pensare che sia tutta una trama ordita perché la situazione era troppo grave».
Circostanze, quelle abbozzate nella conversazione dal 27enne - laureato in psicologia, sopranista con studi al Conservatorio Verdi di Milano e organista in chiesa - che non hanno trovato tuttavia riscontro negli accertamenti eseguiti dagli inquirenti, stante il fatto che la donna risultasse disporre di entrare regolari ogni mese e non avesse alcuna posizione debitoria alla quale fare fronte, tanto più che disponeva di quello che agli atti figura come un «discreto patrimonio familiare».



