Storie

Non esistono carte belle o brutte: «I tarocchi parlano di noi»

Dall’Appeso alla Morte, Fabiola Noris racconta simboli e archetipi senza stereotipi. E sperimenta le carte anche nel team building
Giulia Camilla Bassi
Fabiola Noris e i tarocchi
Fabiola Noris e i tarocchi

L’Appeso ha una corda al piede, non al collo. C’è una bella differenza. Lo scheletro con la falce dell’arcano senza nome, spesso chiamato «la Morte», per Fabiola Noris parla di trasformazione, di ciò che occorre lasciare andare. Sono solo due delle immagini da cui parte il suo racconto, per avvicinare le persone ai tarocchi, oltre gli stereotipi e il timore che alcune carte possono suscitare.

Copywriter e UX content designer, Noris ha cominciato a studiarli durante il lockdown, nella sua casa di Scanzorosciate (Bergamo). Da quella curiosità è nato un percorso che unisce le parole, la scrittura e il linguaggio simbolico delle carte. Nei suoi workshop, proposti anche nel Bresciano, a Palazzo Quistini, i tarocchi diventano uno strumento introspettivo: un punto di partenza per riflettere su di sé e sulle intenzioni da coltivare.

Fabiola Noris
Fabiola Noris

Fabiola, come è arrivata ai tarocchi?
L’incontro con il tarocco è capitato durante il lockdown. È una cosa che mi ha colpito all’improvviso. Ho comprato un mazzo di tarocchi di Marsiglia e il libro di Jodorowsky, «La via dei tarocchi». Tempo ne avevo e piano piano ho iniziato a leggerlo, ma capivo che stavo entrando in un mondo molto profondo. Così ho cercato dei corsi online e ne ho trovato uno sugli arcani maggiori tenuto da Giorgia Francolini. Lì mi si è spalancato un mondo: c’era molto di più di quello che mi aspettavo.

Che cosa cercava in quelle carte?
Il mio interesse non era leggere i tarocchi a me stessa o a agli altri, ma era proprio la curiosità di scoprire cosa ci fosse oltre l’apparenza, oltre tutti gli stereotipi sul mazzo e sulle carte più temute. Ero curiosa nel senso che volevo prendermi cura di questo mondo, farlo mio e capirlo fino in fondo. Dopo i corsi mi sono chiesta come potessi mettere a frutto questa conoscenza. Ho iniziato a sperimentare, creando un primo prototipo di workshop.

I tarocchi
I tarocchi

Quanto ha influito il suo lavoro?
Sono anche una UX content designer, quindi mi occupo della progettazione dell’esperienza utente per siti web o servizi. Per me era importante progettare il workshop perché fosse un’esperienza bella, in cui chi partecipava portasse a casa qualcosa di più profondo. Il primo workshop è nato ispirandomi a Italo Calvino e al «Castello dei destini incrociati», scritto utilizzando il mazzo di tarocchi. I personaggi si ritrovano in un castello e improvvisamente sono muti: l’unico mezzo che hanno per parlare è il mazzo di carte.

Come si è sviluppato il workshop?
All’inizio si chiamava «Storia di un Bagatto», perché l’arcano maggiore numero uno è il Bagatto. Volevo raccontare la storia di queste carte, che evolvono fino all’ultimo degli arcani maggiori, il Mondo. Piano piano ho aggiunto alcuni pezzi e ne ho tolti altri. La variante attuale si chiama «Intenzioni arcane»: tramite la carta che ciascun partecipante pesca, andiamo a lavorare sull’intenzione da coltivare e su cui rimanere centrati e focalizzati durante l’anno.

Cosa succede durante un workshop
Cosa succede durante un workshop

Che cosa succede durante un incontro?
C’è una parte introduttiva in cui spiego il tarocco: per me è importante far capire la storia, le varie teorie sulle origini e la struttura del mazzo, in particolare degli arcani maggiori. Così, nella seconda parte, quando ciascun partecipante lavora sulla carta che pesca, ha le informazioni necessarie per farlo e soprattutto per non farsi spaventare. Nell’immaginario collettivo ci sono alcune carte che spaventano, perché vengono raccontate, e a volte anche rappresentate sulla carta stessa, in maniera violenta.

Quali, per esempio?
L’Appeso, l’arcano numero dodici, rappresenta un uomo a testa in giù, con la corda al piede. In alcuni mazzi viene chiamato l’Impiccato, ma lui non è impiccato: c’è una bella differenza tra un uomo con la corda al collo e uno con la corda al piede. Lo stesso vale per l’arcano numero tredici, che viene chiamato «la Morte» e che in realtà è l’arcano senza nome. Abbiamo lo scheletro con la falce, ma non è la morte fisica: tant’è vero che è di colore carne, rosa. Lì c’è tutto il tema della trasformazione, del lasciare andare, del tagliare i pesi che ci portiamo dietro. Nella prima parte del workshop spiego bene anche queste carte: nel caso in cui escano, non devono intimorire.

Una delle attività proposte durante gli incontri
Una delle attività proposte durante gli incontri

In quale prospettiva legge i tarocchi?
Io utilizzo il tarocco come strumento introspettivo. I tarocchi parlano di un percorso dell’anima, sono definiti proprio «il libro dell’anima». Abbiamo il Matto, l’arcano senza numero, che rappresenta un po’ la pedina, e i vari arcani rappresentano momenti in cui ti trovi durante la vita, momenti di passaggio in cui devi integrare determinate qualità di quell’arcano. In questa prospettiva non ci sono carte belle o brutte, ma si parla di energia. L’energia può essere fluida, e quindi tutto scorre, oppure stagnante: c’è qualcosa su cui devi lavorare, qualcosa in cui magari si è bloccati e non si capisce come. Allora la carta viene in aiuto.

Quanto contano le parole in questo percorso?
Per me è fondamentale l’attenzione alle parole che utilizzo, quando faccio il workshop o quando mi capita di fare letture di carte. Sappiamo che le parole sono importanti. Sembra una banalità, eppure fa la differenza su tutto.

Sta sperimentando i tarocchi anche nel team building. Con quale obiettivo?
Il mio obiettivo, molto ambizioso, è quello di portare il tarocco nelle piccole e medie aziende e nelle startup, proprio come strumento introspettivo. Nei team building si utilizzano già mazzi di carte creati da designer, quelle del gioco Dixit, per esempio. Abbiamo questo mazzo che ha una storia potentissima, dalle origini misteriose, con un mondo dentro e possiamo utilizzarlo per attivare il gruppo, andando lavorare su quelle caratteristiche che muovono le energie, affinché il team riesca a collaborare e lavorare bene.

I tarocchi entrano anche nel team building
I tarocchi entrano anche nel team building

Cosa significa?
Le carte hanno dentro di sé simboli e archetipi che ciascuno di noi è in grado di riconoscere. Parlano un linguaggio che tutti possiamo comprendere, al di là del fatto di avere studiato i tarocchi o fatto corsi. Secondo me è uno strumento potente che, messo a disposizione di un gruppo di lavoro, può sciogliere determinati blocchi e dinamiche attraverso la creatività, facendo ricorso alle mani, alla scrittura e alle parole. Mette in movimento la responsabilità personale di ciascun componente del team, facendo emergere i talenti che ha a disposizione per migliorare la collaborazione.

Che cosa la colpisce di più durante queste sessioni?
La cosa sempre meravigliosa, nel senso della meraviglia che scatena, è la sincronicità. Il tarocco si basa sulla sincronicità, il fenomeno studiato e reso celebre da Jung: la carta che ti deve uscire è proprio quella. Non c’è un nesso di causa e conseguenza, ma è quella. Questo si vede non solo con la carta. Per esempio, faccio lavorare su una pagina di un libro: devono cercare parole che risuonino con il significato della carta e immancabilmente in quella pagina ci sono parole collegate alla carta che hanno. Possiamo chiamarla la magia del tarocco, ma più che magia è l’energia che si crea e si muove.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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