A nove anni, davanti alla bara della nonna, rimase spiazzata: quel volto non era quello che ricordava. «Perché nessuno fa niente?» si chiese. Una domanda rimasta sospesa per anni, destinata a riaffiorare con ancora più forza nel maggio del 2014, quando la madre si tolse la vita. Irene Nonnis aveva 24 anni e decise che avrebbe dedicato la propria esistenza a un compito preciso: restituire dignità all'ultimo saluto. Oggi è conosciuta come TanatoLady.
Quella domanda, in realtà, non l'aveva mai abbandonata. Nata il 6 settembre 1989 a Sanremo e cresciuta a Imperia, Irene racconta di aver avuto a che fare con la morte fin da bambina. La nonna fu la prima persona cara a lasciarla e il ricordo di quel giorno è ancora vivido. «Non la riconoscevo. Continuavo a chiedermi perché nessuno facesse qualcosa». Cinque anni più tardi, durante un viaggio in Francia, scoprì quasi per caso la tanatoprassi, la disciplina che si occupa della conservazione e della preparazione dei defunti. Allora era soltanto una curiosità, un argomento che la incuriosiva. Non poteva immaginare che sarebbe diventato il filo conduttore della sua vita.
Dopo il liceo delle Scienze sociali sceglie la strada dell'estetica, consegue il diploma e, come tanti giovani, cambia diversi lavori: fa l'estetista, la babysitter, la barista. La svolta arriva nel maggio del 2014, quando la madre decide di togliersi la vita. «Non volevo che altre persone vedessero quello che avevo visto io». È in quel momento che il ricordo della nonna, quella domanda rimasta senza risposta e la scoperta della tanatoprassi tornano improvvisamente a incastrarsi. Irene capisce quale sarà la sua strada. Si iscrive alla Scuola superiore funeraria di Reggio Emilia, completa tutti i livelli di formazione e si specializza nella tanatoestetica.
Un mestiere che molti associano ancora alla fiction, magari al volto composto e tormentato di David Fisher, il direttore di pompe funebri della serie Six Feet Under. La realtà, però, è molto diversa. Non ci sono sceneggiature né colpi di scena: ci sono famiglie che stanno vivendo il giorno più difficile della loro vita e professionisti chiamati a prendersi cura dell'ultimo ricordo che conserveranno di una persona amata.
A Pontoglio

Gli inizi della carriera di Irene non sono semplici: in una piccola città di provincia trovare spazio è complicato e così inizia a lavorare dove viene chiamata, tra Milano, Alba e altre località del Nord Italia. Poi arrivano le prime collaborazioni stabili e, negli ultimi anni, anche quella con la casa funeraria Alma delle onoranze funebri Vescovi di Pontoglio. Qui, da novembre dello scorso anno, tiene corsi pratici di tanatoestetica che registrano puntualmente il tutto esaurito e richiamano nel Bresciano aspiranti professionisti da tutta Italia. Dal 24 al 27 settembre tornerà a Pontoglio con un nuovo ciclo di formazione.
Cosa fa
Ma che cosa significa, concretamente, essere una tanatoesteta? Irene sorride quando le si chiede se il suo lavoro consista semplicemente nel truccare i defunti. «È una delle convinzioni più diffuse, ma è anche una delle più sbagliate». La preparazione comincia molto prima del trucco: il corpo viene lavato, disinfettato, il volto rilassato con un massaggio, le mani sistemate. Solo quando serve interviene la parte estetica.
«Il nostro obiettivo non è cambiare una persona, bensì fare in modo che chi entra in quella stanza possa riconoscere il proprio caro. Vorremmo che avesse l'impressione che stia semplicemente riposando». È un dettaglio che può sembrare secondario, ma che per chi resta fa una differenza enorme. «Preparare una salma serve certamente a restituire dignità al defunto, ma serve soprattutto ai familiari. Riconoscere il volto della persona amata è il primo passo per iniziare ad accettarne la perdita».
Ci sono casi in cui tutto questo diventa ancora più difficile. Gli incidenti, ad esempio, richiedono ricostruzioni con cere e materiali specifici. «I miracoli non li facciamo. Ma se una famiglia può rivedere il proprio caro con un naso ricostruito, anche se non identico a quello che aveva in vita, anziché senza naso, quel dettaglio cambia tutto». E poi ci sono i bambini: «Sono situazioni che non smettono mai di colpirti».
Fra tutte le persone accompagnate nell'ultimo saluto, però, quelle che più le sono rimaste dentro appartengono alla sua storia personale. Sono le amiche della nonna, con cui era cresciuta trascorrendo i pomeriggi al bar del paese. «Quando hanno saputo quale lavoro avevo scelto hanno iniziato a dirmi come avrebbero voluto essere preparate. Poi, una dopo l'altra, è arrivato il momento di mantenere quella promessa». È forse in quel momento che il lavoro e la vita si sono intrecciati definitivamente.
Dolore
Fare la tanatoesteta significa anche convivere ogni giorno con il dolore degli altri. «Siamo sempre accanto a persone che stanno vivendo uno dei momenti più difficili della loro vita». Per questo Irene racconta senza esitazioni di essersi affidata a un percorso di psicoterapia. «All'inizio dovevo imparare a elaborare tutto quello che vedevo. Ho capito che, per prendermi cura degli altri, dovevo prima imparare a prendermi cura di me stessa».
Con il tempo il suo lavoro si è ampliato. Oggi segue molte famiglie anche dopo il funerale, aiutandole nelle incombenze pratiche, dallo svuotamento della casa alla riorganizzazione degli spazi. «Mi sono resa conto che il funerale non è la fine del percorso. Chi affronta un lutto ha bisogno di qualcuno che continui ad accompagnarlo anche dopo».
La pandemia segna un altro passaggio decisivo. Nel 2021 Irene apre una pagina Instagram per raccontare un mestiere di cui quasi nessuno parla. Nasce TanatoLady. Quella che immaginava come una semplice attività divulgativa si trasforma in una comunità di oltre diecimila persone. «Pensavo di trovare curiosità morbosa, invece ho scoperto che esiste un enorme bisogno di parlare della morte. Molti non riescono a farlo con amici e parenti e scelgono di raccontare il proprio dolore a una sconosciuta su Instagram».
Da quella comunità prende forma anche TanatoAcademy, la scuola con cui oggi forma nuovi professionisti del settore e promuove corsi dedicati alla tanatoestetica, all'accoglienza delle famiglie e al cosiddetto galateo funerario.
La tanatoprassi
Non è un caso. In Italia la tanatoprassi resta ancora poco conosciuta. Nata in Francia e sviluppatasi soprattutto nei Paesi anglosassoni, dove i trattamenti conservativi sono parte integrante della cultura funeraria, nel nostro Paese ha trovato spazio solo negli ultimi decenni e continua a muoversi in un settore ancora poco regolamentato. Si è invece diffusa maggiormente la tanatoestetica, che punta a preparare il defunto per l'ultimo saluto e ad accompagnare i familiari in un momento delicatissimo.
Ma, secondo Irene, il vero ostacolo è ancora culturale. «Stiamo migliorando, soprattutto tra i più giovani, ma la morte resta un tabù. Non ci insegnano che cos'è la morte e non ci insegnano come affrontarla quando entra nella nostra vita. È per questo che continuo a fare divulgazione».
In fondo tutta la sua storia riporta sempre lì, a quella bambina di nove anni che non riusciva a capire perché la nonna avesse un volto così diverso da quello che ricordava. Oggi, dopo migliaia di ultimi saluti accompagnati e altrettante famiglie incontrate, Irene Nonnis continua a rispondere a quella domanda nello stesso modo: prendendosi cura dell'ultimo ricordo che una persona conserverà di chi ha amato. «La morte mi ha insegnato a vivere», dice.



