«Dopo un po’? Ci si abitua»: sul marciapiede con chi non ha più nulla

«La mia vita è questa». Non è banale la risposta, se la domanda è: «Non hai freddo?». Adagiato su una pila di coperte logore, con addosso due cappotti e un drappo di sacco a pelo fuma una sigaretta. Le sue mani ruvide solcano l’aria gelida che sfiora gli zero gradi. Nessuna espressione sul viso. Non chiede aiuto, non dice altro se non il minimo indispensabile. Non dice nemmeno il suo nome. Anche il suo corpo si muove il minimo, come a razionare le energie per una sorta di autoconservazione. Eppure i suoi occhi ti scavano dentro. Gli occhi, in chiunque, raccontano tanto. Basta guardarli. E non è un caso che oggi tra interlocutori non ci si guardi più negli occhi. È il segno dei tempi.
Ma qui, su questo marciapiede lurido di urina stagnante, tutto è diverso. I canoni dell’ordinarietà saltano, le abitudini quotidiane vanno dimenticate. Qui la relazione è altro: tutto è ridotto all’osso, via gli orpelli, via il galateo o il buoncostume. Conta solo il contatto umano. E per questo è più difficile. Davanti c’è quest’uomo sui cinquant’anni che ne dimostra dieci in più, coi capelli bianchi e le pupille del colore del mare. È silenzioso ma non scontroso.
La sua storia
«Avevo anche io un lavoro. E una famiglia». Pare difficile crederlo, a guardare l’invisibilità fatta persona. Eppure iniziano tutti così. Prima una crisi, poi l’abbandono. Infine l’oblio. È una storia troppo lunga da raccontare, come tutte. Conta solo il qui e l’ora.
Il qui è una città che i senzatetto pare nasconderli sotto al tappeto, l’ora è una settimana di tremori e freddo in ogni angolo del corpo. «Dopo un po’ ti abitui». Il paradosso è che sembra che sia lui a voler consolare, ma la verità è che adesso c’è ancora un tiepido sole che riscalda l’aria e che tra poco, col buio, inizierà a farsi dura. Sta per arrivare una delle notti più fredde, forse la più fredda, e i vicini di accampamento stanno ancora vagando per la città alla ricerca di un pasto caldo o di qualche coperta. Qui c’è ancora silenzio, ma non è quello della paura. Qui la vita è una dimensione eterea.
«Ho già trovato qualcosa in giro stamattina, adesso mi preparo alla notte». Con movimenti lenti ma precisi afferra un catino di acciaio, lo riempie d’acqua e lo appoggia su un piccolo fornello a gas da campeggio. Si sfrega le mani facendole avvolgere dal tepore del vapore, alza la testa e sorride. «Visto? Ho il riscaldamento».
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