Le «sliding doors» sono porte che si aprono e che diventano momenti decisivi, punti di svolta imprevedibili nella propria vita. A volte, come nell’omonimo film del 1998 con Gwyneth Paltrow, le porte della metro si aprono e tu riesci a salire sul vagone, altre volte si chiudono e perdi la corsa. E quei pochi secondi cambiano la tua vita per sempre. Nel bene o nel male. È capitato a tutti, anche a Stefania Cartapani – bresciana di Borgosatollo, classe 1990, ex nuotatrice agonistica, più volte campionessa italiana nei 50 e nei 100 dorso – di fare i conti con qualche porta scorrevole non presa in tempo.
Primi passi

Una carriera di alto livello durata quasi vent’anni che le ha regalato vittorie importanti, ma anche qualche crisi e delusione. «Ho iniziato a nuotare a 4 anni e mezzo dopo un’estate nella quale avevo fatto impazzire i miei genitori perché piangevo disperata quando mi mettevano in acqua – racconta Cartapani –. Ho preso parte un corso di nuoto e da quel momento non sono più uscita dall’acqua».
Il talento di Stefania viene riconosciuto presto: gli istruttori la spostano subito nella vasca grande perché nuotava bene. «Facevo anche altri sport, ma nulla mi veniva naturale come il nuoto – continua l’ex campionessa –. La prima ad accorgersi che andavo veloce soprattutto a dorso è stata mia mamma: le avevo risposto che era lo stile che mi piaceva di meno. Alla fine mi ero data per vinta, aveva ragione lei».

La costanza
Cartapani a 8 anni comincia ad affrontare le prime gare e porta a casa anche le medaglie. Si allena tutti i giorni, solo il pomeriggio, ma migliora e cresce come capita solo ai predestinati. «In realtà a 10 anni vado in crisi, volevo smettere. La supero e nel 2002 da esordiente A2 faccio il tempo per i campionati italiani giovanili per la categoria Ragazzi – dice Cartapani - . Nel 2003 arriva la prima medaglia nei 100 dorso e faccio anche il tempo per gli Assoluti: mi ricordo che l’ho vissuto serenamente, avevo 13 anni, non avevo nemmeno il “costumone” per gareggiare, me l’ero fatta prestare da una compagna».
Nel 2006 arriva un’altra grande crisi che svanisce con l’aiuto di coach Marco Colombo: «Lui è stato fondamentale in quel periodo, è stato il mio primo vero allenatore: grazie a Marco ho sfiorato il podio agli Assoluti nel 2008 a 18 anni. Ero felicissima».
A tu per tu con gli allenatori
Colombo però si trasferisce in Toscana e Stefania deve trovare un nuovo allenatore: è tesserata Sport Management, resta a Desenzano con Antonio Satta, poi passa con Alessandro Brosco.

«Il rapporto con gli allenatori, per un atleta di alto livello è fondamentale – racconta Cartapani –. Con Brosco non è stato amore a prima vista, ma era colpa mia: ero scossa dai troppi cambiamenti. Con lui ho preso la mia prima medaglia agli Assoluti del 2012 nei 50 dorso, un bronzo. Nel 2013 prendo un altro bronzo nei 50 e due giorni dopo vinco l’oro nei 100 con il mio miglior tempo. Ero al settimo cielo».
Poi arrivano le Universiadi l’anno seguente: «Un’esperienza eccezionale, ma che non ho saputo gestire mentalmente. Al termine della stagione vado nuovamente in crisi, questa volta però da centrare c’erano le Olimpiadi».
L'aiuto fuori dalla piscina
Stefania pensa di smettere, ma prima di decidere prova un percorso psicologico: «Mi ha aiutato a finire la stagione meglio di come l’avevo cominciata. Il rammarico di aver perso la possibilità di partecipare ad un’Olimpiade ce l’ho, ma è andata così».
La bresciana chiude la carriera a settembre del 2018, all'età di 27 anni, partecipando e vincendo la sua ultima gara ai campionati regionali: «Mi sono resa conto che sono stata un’atleta con un po’ di paura di vincere, non mi sono mai sentita forte quanto ero davvero – spiega –. Saper gestire alcune emozioni che per me sono diventate crisi, mi avrebbe fatta migliorare sicuramente. Anche il post carriera è difficile da vivere. Molti si chiedono “ma io chi sono adesso?”».

Ecco perché oggi Cartapani è una psicologa clinica e dello sport, un traguardo raggiunto ripensando a tutto il suo percorso da atleta: «A breve comincerò la scuola di psicoterapia perché mi piacerebbe integrare il percorso psicoanalitico con quello cognitivo comportamentale – conclude - . Saranno quattro anni impegnativi, ma è l’obiettivo che mi sono posta e ce la farò».



