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«Con lo smart working, ho guadagnato 5 ore di vita al giorno»

Flavio Archetti
Il racconto di Fabrizio Ghezzi, che per anni h fatto «avanti e indietro» da Pilzone a Milano ogni giorno. Prima del lavoro agile
Un lavoratore in smart working
Un lavoratore in smart working
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Lo «smark working», il lavoro da casa, è un modo intelligente di lavorare che uomini e donne meno adattabili ai ritmi e allo stress lavorativo sognavano già negli anni Ottanta, quando quello che si può considerare anche un nuovo stile di vita non esisteva e non era nemmeno stato pensato. Oggi lo smart working fa parte dei modi di operare in coordinamento con le aziende, ed è anche un moderno modo di procurarsi un reddito destinato a incrementarsi e coinvolgere sempre più persone e imprese, soprattutto quelle grandi e meglio strutturate ma progressivamente anche quelle medie e piccole.

La trasformazione

Dei vantaggi - perché soprattutto di quelli parlano le persone che ne fruiscono - quasi tutti conosciamo alcune cose generali, ma sapere come cambiano nel profondo le giornate delle persone e di riflesso delle loro famiglie, è diverso. Come si trasforma una vita attraverso lo smart working lo racconta Fabrizio Ghezzi, un uomo di 55 anni impiegato a Milano in zona San Siro da 35 anni (in una sede appartenente al Gruppo Stellantis), che oggi e ormai da quasi 30 anni vive a Iseo, nella frazione di Pilzone, dove ha famiglia e tre figli.

Da Pilzone a Milano

Fabrizio ha fatto per anni «avanti e indietro» da Pilzone a Milano ogni giorno, da lunedì a venerdì, ed era tutt’altro che facile. «Mi alzavo al mattino alle 5 e arrivavo a casa tra le 19.30 e le 20. In pratica, per fare otto ore di lavoro stavo fuori casa almeno tredici ore, perché i viaggi me ne rubavano cinque – spiega –. Poi andando in treno c’erano i ritardi e gli scioperi, che rendevano gli spostamenti ancora più duri. Oggi le giornate si sono colorate di rosa, anche quelle grigie invernali, anzi forse quelle più delle altre. Non ho più sveglia all’alba, non lo stress della strada, dei treni strapieni e delle stazioni, e nemmeno quello del traffico e del chiasso cittadino».

«Ho iniziato a lavorare a casa esattamente sei anni fa, nella primavera del 2020, durante l’epidemia da Covid, e le cose sono andate sempre talmente bene che né io, né l’azienda, abbiamo mai più pensato di cambiare rapporto. In pratica, in un mese vado in sede quattro giorni su ventidue lavorativi, e già solo per quelli mi rendo conto di quanto sia diventato più costoso muoversi su strade e ferrovie, tra caro gasolio, caro biglietti e anche caro pranzo fuori casa».

«Gli svantaggi? Non ne vedo. Ci sono solo vantaggi, economici, sociali e umani, e adesso posso godermi i miei figli e mia moglie».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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