Quindici anni dalla protesta della gru: «Brescia sempre accogliente»
Doveva durare qualche ora. Sono stati invece 17 giorni in cui tutta la città ha guardato in alto e in cui il tema della sanatoria per i lavoratori stranieri irregolari ha preso le prime pagine delle cronache. Oggi sono passati esattamente 15 anni da quando, il 30 ottobre del 2010, durante una manifestazione, un gruppo di undici stranieri in attesa del permesso di soggiorno si è arrampicato sulla gru del cantiere per la realizzazione della stazione San Faustino della metropolitana per srotolare uno striscione al passaggio del corteo e che poi, in formazione via via ridotta, è rimasto a trenta metri da terra per oltre due settimane.
I protagonisti
Tra i giovani che hanno occupato la gru sono emersi due ragazzi: un pachistano che all’epoca aveva 24 anni, Haroon Javaid, e un egiziano della stessa età, Ahmed Hegazi, conosciuto come Jimy. Oggi entrambi vivono ancora a Brescia, hanno famiglie e figli. Jimy è cittadino italiano dal 2024. Haroon ha due bambini di 6 e 3 anni e ha aperto un Caf in città mentre Jimy, che ha una bimba di 9 anni e un bimbo di 6, lavora come operaio in un’azienda di Berlingo e vive a Lograto. Per entrambi il giudizio su Brescia in questi anni è lo stesso: «La città e la sua gente sono sempre stati accoglienti. Il problema sono state certe scelte politiche, allora la sanatoria truffa e oggi il permesso di soggiorno a punti».

I fatti
Haroon racconta costa stava accadendo nell’autunno del 2010: «Io facevo volantinaggio in nero perché non avevo il permesso di soggiorno ed ero stato truffato da un datore di lavoro che mi aveva fatto pagare migliaia di euro di tasse e non avevo avuto il documento. Da un mese era attivo un presidio davanti all’ufficio della Prefettura di via Lupi di Toscana e io lo frequentavo. In 32 giorni nessun funzionario era venuto a chiederci cosa volessimo e allora, insieme alle associazioni, si era deciso di fare un corteo il sabato e anche di esporre lo striscione dalla gru. Dovevamo stare su solo mentre passava la manifestazione».
Lo sgombero e la protesta
Poi però è successo qualcosa: «Mentre noi manifestavamo – racconta ancora Haroon – è stato sgomberato il presidio e allora è cambiato tutto. Abbiamo deciso di non scendere». In quelle due settimane è successo di tutto. Presìdi, manifestazioni, cortei, cariche della polizia, fermi ma anche un incessante dialogo con le parti sociali e la politica. Jimi ha ricordato che «era molto difficile perché vedevamo l’obiettivo lontano ma grazie alla forza delle persone che avevamo intorno abbiamo resistito». Haroon invece racconta che «sulla gru faceva freddo, pioveva ma ci siamo gestiti come una famiglia. Alcuni ragazzi si ammalavano e scendevano, con gli altri facevamo i turni per stare svegli perché avevamo paura che arrivasse qualcuno a farci scendere. I ragazzi che andavano a scuola passavano a salutarci, gli anziani ci gridavano e ci davano coraggio. Oggi posso dire che è stata dura, ma abbiamo fatto sentire la nostra voce».
Anche Jimy, come Haroon, è sempre vissuto nella nostra provincia dal 2006 quando è arrivato e guarda alla situazione che ha davanti oggi: «Noi siamo stati accolti anche perché abbiamo cercato l’integrazione. Oggi i ragazzi che arrivano hanno una rabbia anche contro di noi che abbiamo la stessa storia, noi ci nascondevamo dalla Polizia perché non avevamo i documenti, loro cercano lo scontro perché non capiscono che la strada dell’integrazione è un altra. I miei figli hanno sempre fatto le scuole qui, si sentono bresciani. L’Egitto per loro è solo la casa dei nonni dove andiamo in vacanza».
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