A più di novemila chilometri dalla Leonessa, tra le colline del Rio Grande do Sul, c’è un paese di poco più di tremila abitanti che porta Brescia nel nome e nella propria storia. Si chiama Nova Bréscia ed è una delle eredità della grande emigrazione italiana tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento: una piccola Brescia brasiliana dove il ricordo dei pionieri sopravvive nelle parole, nei cognomi, nelle canzoni e nei riti della vita comunitaria. Secondo la ricostruzione storica del municipio il nome fu scelto in omaggio agli immigrati provenienti dal territorio bresciano che raggiunsero il Rio Grande do Sul.
Il primo nucleo della colonizzazione risale al 1895, quando alcune famiglie italiane, già stabilite in altre località brasiliane, affrontarono montagne impervie e raggiunsero l’area di Arroio das Pedras. La nascita dell’abitato viene invece collocata attorno al 1902 con l’arrivo di altri coloni italiani e brasiliani.
In quelle terre c’erano soprattutto boschi e sentieri. Le famiglie arrivavano a cavallo con le poche masserizie che riuscivano a trasportare e costruivano case di legno utilizzando tavole segate a mano. Per raggiungere il centro più vicino e vendere grano, mais e fagioli servivano file di muli, dato che la prima strada verso Encantado venne aperta soltanto nel 1914. Da quegli insediamenti sarebbe nato un territorio oggi articolato in 33 comunità. Oggi Nova Bréscia conta 3.044 residenti secondo il censimento brasiliano del 2022: le dimensioni di uno dei piccoli Comuni delle valli bresciane.

La lingua Tailan
La distanza e il trascorrere delle generazioni hanno inevitabilmente trasformato l’eredità portata dall’Italia, senza però cancellarla. Per anni una radio locale ha trasmesso la domenica mattina un programma di musiche italiane nel quale canzoni, poesie e proverbi venivano proposti in Talian, una lingua nata soprattutto dall’incontro tra i dialetti veneti degli emigranti e il portoghese. È una delle tracce più evidenti dell’italianità rimasta nel Rio Grande do Sul. Il programma radiofonico era condotto prevalentemente in portoghese, perché molti giovani ascoltavano insieme ai genitori e ai nonni ma non sarebbero più riusciti a comprendere un’intera trasmissione in Talian. Un dettaglio che racconta una tradizione ancora viva, sebbene diventata più fragile nel passaggio da una generazione all’altra.

Nelle famiglie dei discendenti si parlava il Talian durante la vita quotidiana e ci si ritrovava per mangiare, cantare e «fare filò»: le veglie contadine nelle quali parenti e vicini trascorrevano la serata raccontando l’emigrazione, il lavoro, la religione, le difficoltà e le conquiste dei primi coloni. Quel rito non è scomparso del tutto: il paese organizza ancora il Filò Italiano, una serata comunitaria pensata proprio per recuperare le antiche occasioni di incontro attraverso la musica, i racconti e i momenti di convivialità. Ogni due anni, inoltre, viene organizzato il «Festival della bugia», una competizione comica che elegge il miglior raccontatore di storie inventate e surreali del paese.
L’italianità
A Nova Brèscia l’italianità sopravvive anche nei cognomi (l’attuale sindaco si chiama Angelo Barbieri), nella centralità della famiglia, nella religiosità cattolica e in una memoria trasmessa soprattutto a voce. È meno semplice, invece, stabilire quali abitudini possano essere definite specificamente bresciane. Il legame più certo resta quello custodito dal nome del paese e dal ricordo delle famiglie partite dal territorio bresciano. Il resto è il risultato dell’incontro tra provenienze italiane differenti e la cultura del Brasile meridionale.
Il terreno sul quale questa fusione è diventata più evidente è probabilmente quello della cucina. Nova Bréscia è conosciuta in Brasile come la terra dei churrasqueiros, gli specialisti del churrasco: la tradizionale cottura brasiliana di grandi tagli di carne infilati su spiedi e arrostiti lentamente sulla brace, spesso serviti direttamente al tavolo. Nella piazza principale del paese è stato dedicato loro anche un monumento.
Dagli anni Sessanta migliaia di abitanti lasciarono le campagne per lavorare come camerieri e grigliatori nelle grandi città. Chi riusciva a inserirsi chiamava fratelli, cugini e compaesani. Alcuni, dopo aver imparato il mestiere, aprivano un locale proprio.
Fu una seconda emigrazione, questa volta interna al Brasile, costruita attraverso legami familiari e reti di solidarietà. Le stime locali parlano di oltre diecimila «bresciensi» sparsi nel Paese e nel mondo, molti dei quali impiegati nella ristorazione. Partivano spesso con poco o nulla, ripetendo in un contesto diverso il percorso affrontato dai loro antenati arrivati dall’Italia. È forse proprio questa mescolanza il lascito più autentico di Nova Bréscia: non una Brescia rimasta immobile dall’altra parte dell’oceano, bensì una comunità brasiliana che, dopo più di un secolo, continua a custodire nel proprio nome e nella vita quotidiana la memoria della terra dalla quale tutto ebbe inizio.



