«Giampaolo è sparito»: quando il Brescia finì su «Chi l’ha visto?»

Nel frasario di Marco Giampaolo c’è una massima meno nota, fuori da queste latitudini: «Il tempo potrà essere mio amico, oppure mio nemico». La sua storia a Brescia, lunga ottantaquattro giorni, l’ha trasformato in un mefitico antagonista. Oggi è tornato ad allenare in serie A: la nuova missione, dopo esserci riuscito nello scorso campionato con il Lecce, è salvare la Cremonese. Ma il suo nome da queste parti è inevitabilmente associato a quella vicenda, che ha picchi di surrealismo frammisti a farsa.
L’arrivo e l’affaire Gallo

Al suo arrivo a Brescia, nel luglio del 2013, Giampaolo rimbalza contro un muro di diffidenza che trabocca subito ostilità. Corioni avalla il suo ingaggio, fortemente caldeggiato dal direttore sportivo Andrea Iaconi, del quale sarà considerato fin dall’inizio un «figlioccio». Con lui immaginano una «rivoluzione culturale», che riformuli l’idea di calcio del Brescia e valorizzi i giovani della cantera. Nessuno di questi propositi, evidentemente, viene portato a compimento. Anche perché i problemi ambientali precedono quelli di campo.
Giampaolo sceglie come vice quel Fabio Gallo (oggi campione in C col Vicenza) diventato simbolo dell’Atalanta dopo tre stagioni in biancazzurro. I tifosi non gradiscono, e il primo giorno di ritiro osteggiano la scelta. Giampaolo accetta il dialogo ma nel merito è intransigente: Gallo non si tocca. Peccato che sia lo stesso Gallo, una manciata di giorni più tardi, a rassegnare le dimissioni dopo un incontro con gli ultrà. Lo sostituirà Fabio Micarelli, che diventerà suo malgrado uno dei protagonisti di questa vicenda.
L’avvio stentato

Il programma concordato con la società è biennale, e prevede una prima stagione di consolidamento in serie B. Ma Brescia è una piazza esigente, e dopo i tre pareggi (con Lanciano, Bari e Novara) che battezzano il campionato di Giampaolo si levano mormorii ovunque. Alla quarta arriva la prima vittoria, stiracchiata ma comunque importante, contro la Ternana. Giampaolo, che l’aveva definita alla vigilia «la partita della svolta», pregusta orizzonti più tersi rispetto a quelli grigiastri che fino ad allora si erano stagliati sullo sfondo della sua avventura bresciana. Non sa (non ancora) che è vero l’opposto: una tempesta sta per abbattersi sulla sua testa.
Il confronto con i tifosi

Il ventuno settembre il Crotone rompe la fragile imbattibilità giampaoliana, trascinato da un giovane Bernardeschi e da Pettinari. Per il Brescia segna Di Cesare, che dimezza ma non colma le distanze: finisce 2-1. La Curva contesta e invoca il predecessore di Giampaolo, Calori, che da settimane è il convitato di pietra nel dibattito pubblico sulla panchina. Gli ultrà pretendono un confronto e lo ottengono: a imbastire il conciliabolo, che va in scena nel bugigattolo della segreteria, sono gli agenti della Digos.
Qui si presenta una ristretta rappresentanza del tifo organizzato. Volano accuse: «Altezzoso, poco umile». Giampaolo si schermisce, difende il proprio lavoro: «Non è vero che la squadra gioca male». Poi un altro rigurgito d’orgoglio: «Io rispondo al presidente». I tifosi sostengono un’altra tesi, che l’allenatore debba rendere conto pure a loro. Al summit improvvisato c’è pure il capitano Marco Zambelli. Quella sera va in scena la penultima serata della festa che la Curva organizza annualmente: «Vogliamo solo te e Caracciolo, gli altri stiano a casa», lo avvertono. Andrà così.
Giampaolo non si presenta

L’indomani il Brescia si ritrova al San Filippo per preparare la partita con il Carpi, che è già alle porte perché il calendario, in quel tornante, prevede un turno infrasettimanale. Di Giampaolo però non c’è l’ombra. Qualche giocatore va addirittura a suonare al campanello di casa, che è però sgombra. Alla stampa Corioni nega di aver avuto contatti con il tecnico desaparecido: «L’ho sentito per l’ultima volta venerdì sera, prima della gara col Crotone. L’unica persona vicina a lui con la quale ho parlato è la moglie, che dice di averlo salutato sabato pomeriggio e di non aver notato stranezze». È un racconto che in realtà intreccia frammenti di verità a omissioni e vere e proprie bugie.
La gara contro il Carpi
L’appello di Corioni, che auspica di «riaccogliere Giampaolo al campo d’allenamento», cade nel vuoto. L’allenatore continua a latitare e la società, per far fronte all’urgenza di preparare l’imminente gara col Carpi, affida la squadra a quel Micarelli che aveva raccolto la spilletta di vice da Gallo. Il presidente continua a distillare parole di stima nei confronti di Giampaolo («non ho mai visto uno bravo come lui sul campo»), ma pure di disincanto: «Forse il fatto che abbia avuto tanti intoppi in carriera si spiega con la sua incapacità di reggere le pressioni».
Al Cabassi (giocare in trasferta, una volta tanto, è una benedizione) il Brescia salva la faccia: uno 0-0 esangue, nel quale la squadra va più vicina a perderla (fondamentali i miracoli di Cragno e un salvataggio sulla linea di Zambelli) che a vincerla. Ma la piega surreale che hanno preso gli eventi porta a credere che, tutto sommato, poteva andare decisamente peggio.

Pezzi di verità
Già nel dopogara contro il Carpi la vicenda perde la patina da romanzo noir che gli eventi degli ultimi giorni le avevano conferito. Del caso si interessa addirittura la trasmissione «Chi l’ha visto?», con un servizio mai andato in onda. Già prima della partita è il direttore sportivo Iaconi, all’agenzia Adnkronos, a smontare il caso: «Sono stato anche a casa sua e sta bene, è solo un problema tecnico e non di altra natura». La verità che emerge, pezzettino dopo pezzettino, è che la società fosse al corrente fin dall’inizio delle intenzioni di Giampaolo, e pure di dove si trovasse.
Dopo la sconfitta con il Crotone, secondo la ricostruzione di Ruggero Malagnini, legale dell’allenatore, «Giampaolo aveva comunicato la propria decisione irrevocabile di dimettersi a Iaconi e al figlio del presidente, Fabio». Proprio i due che già all’indomani del faccia a faccia con i tifosi si erano precipitati in Abruzzo per farlo desistere. Proprio così: Giampaolo è nato nell’algida Bellinzona, ma fin da piccolissimo è cresciuto a Giulianova, città d’origine della sua famiglia. È lì che si trova in quei giorni convulsi: la brezza calda di casa, carica degli ultimi afflati estivi, è l’antidoto allo spaesamento indotto da «un calcio selvaggio», nel quale non si riconosce più.
L’epilogo

Sono le sue parole, affidate all’Ansa dopo la firma sulla risoluzione del contratto: «Eravamo partiti con un programma biennale, la valorizzazione dei giovani – spiega ancora –. Poi sono arrivate le promesse alla gente non in linea con quanto detto e neanche con gli investimenti. Così sono andato a processo davanti a 50 tifosi: chi saranno stati poi, i parenti dei giocatori?».
Si dice amareggiato, per i calciatori e per «essere stato fatto passare come pazzo, quando in realtà sono sempre stato lucido: dopo aver comunicato la mia decisione ho spento il telefono per non disturbare la squadra e non vedere strumentalizzate le mie parole».
La panchina passerà ad interim a Maifredi, poi a Bergodi, infine a Ivo Iaconi, fratello del diesse. Tra gli ultimi due, Corioni proverà invano a convincerlo a tornare in una cena arrangiata in tutta fretta a Ospitaletto. Il Brescia chiuderà l’anno con un anonimo undicesimo posto. Di quella stagione, tredici primavere dopo, resta nella memoria un gruzzoletto di giorni. Quelli in cui tutti hanno creduto che Giampaolo fosse evaporato nel nulla. Questa storia, in fondo, è la riprova che la realtà è sempre meno affascinante dell’illusione, o della fantasia.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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