La Cesenatico bresciana è uno schiaffo ai ricordi: addio estati vintage

La Leone XIII era stata costruita dalla Diocesi, chiusa nel 2006 è stata venduta, ma la rinascita è impossibile
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La colonia Leone XIII
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L’effetto è quello del Titanic, guardi il maestoso relitto adagiato da decenni sul fondo dell’oceano e nella mente rivedi la straripante umanità che ha popolato quel tragico viaggio inaugurale, ti pare anche di sentire l’orchestrina che ha suonato fino all’ultimo.

La colonia Leone XIII a Cesenatico è altrettanto decadente, la natura ha ormai preso il sopravvento, alberi altissimi ed erbacce sono letteralmente ovunque (anche in piscina). Quel gigantesco casermone (che bello non è mai stato, a onor del vero), è ormai sull’orlo del collasso.

Una veduta della colonia dalla strada - © www.giornaledibrescia.it
Una veduta della colonia dalla strada - © www.giornaledibrescia.it

Eppure guardandolo si può ancora scorgere il fascino di una storia straordinaria e irripetibile, di una vera e propria epopea i cui germogli risalgono a fine Ottocento, ma diventata fenomeno di costume nel dopoguerra, quando cioè intere generazioni di bambini scoprirono cos’erano le vacanze.

L’Organizzazione

I primi pullman arrivarono il 29 giugno 1952, la struttura era stata completata per metà ma comunque già pronta per essere operativa. Le gigantesche camerate rimarranno praticamente le stesse per tutti i decenni di operatività della Leone XIII. Era stata costruita dalla Diocesi, l’ultima stagione nel 2006 e poi la vendita, confidando in una riconversione (e rinascita) praticamente impossibile.

La Leone XIII appena costruita © www.giornaledibrescia.it
La Leone XIII appena costruita © www.giornaledibrescia.it

«La colonia – scrive Luca Comerio nella sua ricerca «In vacanza con il papa» – è considerata una condizione ambientale felice per l’educazione religiosa, grazie all’abbondanza di tempo a disposizione, alla contemplazione dell’ambiente, all’assenza delle ansie programmatiche tipiche delle statiche e trasmissive lezioni di catechismo; il contatto con le bellezze del creato favorisce la preghiera spontanea, in un ambiente prezioso anche per la già richiamata lontananza dalle insidie e dai cattivi esempi della città».

Un’immagine quasi idilliaca che poi nella realtà prendeva forma (sicuramente nei primi decenni) in un’organizzazione più simile a una caserma che a una casa vacanze. Ma la volontà perché ci si potesse (anche) divertire era comunque la spina dorsale dell’esperienza in colonia. In ogni caso con il tempo le cose sono migliorate non poco, in linea con l’evolversi dei tempi.

La desolazione si vede anche in piscina © www.giornaledibrescia.it
La desolazione si vede anche in piscina © www.giornaledibrescia.it

Dal 1993, e fino alla chiusura, direttore della struttura è stato don Francesco Togno (scomparso nel 2019); sacerdote di brillante e sagace cultura. Grande appassionato di cinema, dopocena allestiva chiacchierate da cineforum nel cortile. I ragazzi lo avevano bonariamente ribattezzato don Maglietta, memorabili i suoi richiami a chi si azzardava a entrare in colonia (appunto) senza maglietta. La mattina, come il manzoniano don Abbondio, passeggiava in pineta con il breviario tra le mani, impassibile al passaggio delle folle in corsa verso la spiaggia.

Divertimento

Tra i pregi della vita alla Leone XIII non c’era il buon cibo, il menù risentiva infatti di un’austerità imposta dalla necessità di far quadrare i conti (la retta, va detto, è sempre stata molto bassa) unita a una finalità educativa basata su un’essenzialità senza troppi fronzoli, così almeno sottolineava don Francesco con un compiaciuto sorriso sornione.

E così se a colazione non si è mai vista una brioche ad accompagnare quei pentoloni con latte, caffè e tè (con le poche bustine sopraffatte da troppi litri d’acqua), ma soltanto biscotti secchi e pane del giorno prima, a pranzo ecco pastasciutte abbondanti ma non propriamente gourmet per concludere con cene (quasi sempre) all’insegna di affettati, insalata e frutta.

L'interno della colonia ne rappresenta il decadimento © www.giornaledibrescia.it
L'interno della colonia ne rappresenta il decadimento © www.giornaledibrescia.it

Il vino era ammesso soltanto per i sacerdoti, gli animatori (anche se ampiamente maggiorenni) era meglio non lo bevessero per non dare il cattivo esempio, così almeno si diceva.

Nelle camerate il caldo era insopportabile, perché se anche una timida brezza marina fosse riuscita a entrare dalla finestra ecco che sarebbe stata subito annientata dall’affollamento della stanza. Ma ci si adattava, perché l’importante era stare insieme, come si sottolineava (mettendo le mani avanti) prima di partire.

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