Storie

Dall’ingegneria alla Palestina «per essere utile a chi ha più bisogno»

La storia di Claudia Forti, volontaria dell'organizzazione internazionale: «Non volevo semplicemente essere di passaggio in questa vita»
Daniela Affinita
Claudia Forti in Africa
Claudia Forti in Africa

Claudia Forti, ingegnere e volontaria di Medici Senza Frontiere, ospite di Teletutto Racconta: «Per arrivare a lavorare nell’umanitario ho studiato, fatto esperienza e sacrificato molto. In Palestina ho avuto paura, ma sono tornata consapevole di quanto coraggio possiamo trovare dentro di noi». Tutto è iniziato quasi per caso, o forse da un desiderio che Claudia Forti aveva dentro da sempre: «Sentivo di dover fare qualcosa, di essere utile a qualcuno e soprattutto a chi ne ha più bisogno. Non volevo semplicemente essere di passaggio in questa vita».

Claudia, come è cominciato il tuo percorso nel mondo dell'umanitario?

«Qualche anno fa ho iniziato a lavorare come ingegnere e, parallelamente, ho cominciato a fare molto volontariato, sia qui a Brescia sia con piccole Ong. Sono andata in Africa e in altri Paesi, dedicando mesi delle mie ferie al volontariato e mi sono innamorata del mondo umanitario. Da lì ho iniziato a informarmi, a studiare, a capire quali fossero i requisiti necessari per lavorare in questo settore e trasformare quel mese di volontariato all'anno nel mio lavoro. Da sempre ho avuto l'idea di dover fare qualcosa, di essere utile a qualcuno e soprattutto a chi ne ha più bisogno».

Quando si pensa a Medici Senza Frontiere, viene spontaneo immaginare soprattutto medici. Lei invece è ingegnere. Che cosa c'entra un ingegnere con una grande organizzazione umanitaria?

«Medici Senza Frontiere porta medici dove ce n'è più bisogno, ma perché un medico possa lavorare sul campo serve una macchina enorme, fatta di tantissime figure professionali. Ci sono ingegneri, logisti e molte altre competenze che fanno parte del pool degli operatori umanitari. Ogni pezzo è fondamentale, è una macchina molto grande e proprio per questo c'è bisogno di professionalità diverse».

Claudia, hai dovuto fare molti sacrifici per arrivare fin qui?

«Sì, a volte ci sono momenti in cui si pensa di voler abbandonare il sogno. I miei genitori mi hanno sempre insegnato che per raggiungere i propri obiettivi bisogna fare sacrifici, studiare, lavorare e fare tanta esperienza. Quindi ho fatto proprio questo: studiare, lavorare, studiare, lavorare, fare esperienza. E quando finalmente si arriva in vetta, penso che la vista dall'alto ripaghi tutti gli sforzi».

In questo percorso hai trovato anche persone importanti?

«Tantissime, me le porto proprio nel cuore. Penso alle esperienze di volontariato che ho fatto in Brasile, sono stata per due anni consecutivi a fare volontariato e in queste esperienze si sono create amicizie molto forti. Sono relazioni che nascono in contesti intensi, dove condividi con altre persone la passione per donarti agli altri. È inevitabile costruire rapporti duraturi, diventa una famiglia».

E poi è arrivata la Palestina. È stata anche un'esperienza di paura?

«Sarei incosciente se dicessi che non si prova paura. Nella mia ultima esperienza sono stata in Palestina quando è scoppiata la guerra tra Israele e Iran e l'ho vissuta tutta. Nonostante la mia famiglia si fosse subito attivata per cercare di farmi rientrare, insieme al mio project manager abbiamo valutato la situazione e deciso che rimanessi e ho vissuto tutti i quaranta giorni di guerra».

Che cosa significa vivere quaranta giorni in un contesto del genere?

«Ci sono stati momenti di sconforto, ed è normale, vivere in contesti così estremi è difficile. Però si torna anche con una consapevolezza diversa di quanto coraggio si possa trovare dentro di sé. In situazioni come queste viene fuori una parte di noi che forse non pensavamo nemmeno di avere».

Una scelta del genere inevitabilmente coinvolge anche chi le sta accanto.

«Sì, per fare questo lavoro è importante avere una rete di persone che ti sostengono: la famiglia, gli amici, il compagno. Io sono stata molto fortunata, perché i miei genitori mi hanno appoggiata e anche le persone che mi sono state vicine hanno compreso questa mia scelta».

Francesco Capodicasa e Claudia Forti
Francesco Capodicasa e Claudia Forti

È una scelta che può essere difficile da condividere anche nella vita di coppia?

«Sicuramente non è semplice condividere una quotidianità quando una persona parte e si trova dall'altra parte del mondo, magari in un contesto di emergenza, ma quando hai un grande sogno, il sostegno delle persone che ami è fondamentale, soprattutto le persone giuste al tuo fianco».

Qual è la differenza tra un volontario di Medici Senza Frontiere e un operatore umanitario?

«Sono due cose molto diverse, i volontari, come me in questo momento, operano sul territorio. In Italia ci sono diverse città dove sono presenti gruppi di volontari di Medici Senza Frontiere, ci occupiamo di informazione, eventi, raccolta fondi e sensibilizzazione dei cittadini ma non partiamo in missione. L'operatore umanitario, invece, è un professionista che viene selezionato per lavorare direttamente sul campo. Per arrivare a questo bisogna avere un titolo di studio legato al ruolo che si vuole svolgere, conoscere almeno due lingue, avere esperienza professionale e un importante percorso di preparazione. È una strada lunga e richiede anche una grande consapevolezza personale».

E come si può sostenere concretamente il lavoro di Medici Senza Frontiere, oltre al cinque per mille?

«Ci sono tanti modi, anche attraverso iniziative semplici, come l'acquisto dei nostri biscotti, si può contribuire a sostenere il lavoro di Medici Senza Frontiere. Saremo in oltre 200 piazze italiane a partire domani e domenica 25 ottobre. Il denaro raccolto permette all'organizzazione di intervenire rapidamente quando si verifica un'emergenza umanitaria, di portare aiuti e assistenza dove ce n'è più bisogno e di essere pronta a rispondere alle crisi che si verificano nel mondo. È proprio questo uno degli aspetti importanti del sostegno dei privati: permettere a Medici Senza Frontiere di avere le risorse necessarie per intervenire tempestivamente».

Quindi dietro una donazione non c'è soltanto un aiuto generico, ma la possibilità di essere pronti quando scoppia un'emergenza.

«Esatto, Medici Senza Frontiere interviene nelle emergenze umanitarie, nelle guerre, nelle epidemie, nei terremoti e in tutte quelle situazioni in cui le persone hanno bisogno di assistenza. Il sostegno che arriva dai privati ci permette di essere liberi di intervenire dove c'è maggiore necessità. Per questo anche il cinque per mille può diventare un contributo importante: sono risorse che aiutano a mantenere questa capacità di risposta».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

I bresciani siamo noi

Brescia la forte, Brescia la ferrea: volti, persone e storie nella Leonessa d’Italia.

Canale WhatsApp GDB

Breaking news in tempo reale

Seguici
Caricamento...
Delitti Bresciani, il podcast del GdBDelitti Bresciani, il podcast del GdB

I grandi casi della cronaca nera e giudiziaria che hanno varcato i confini della provincia e sono diventati casi nazionali

ASCOLTA
Una data speciale, da ricordare con la prima pagina del GdBUna data speciale, da ricordare con la prima pagina del GdB

Dall’archivio storico, disponibile dal 27 aprile 1945 a oggi

SCOPRI DI PIÙ