Storie

L’impresa di Bonalumi, tra il bagòss congelato e la coperta della mamma

Il commercialista bresciano sul Makalu, quinta vetta del mondo. Oltre sette giorni di trekking, l’amico sherpa, la zuppa: il racconto della sua avventura
Barbara Fenotti
Matteo Bonalumi in vetta al Makalu - © www.giornaledibrescia.it
Matteo Bonalumi in vetta al Makalu - © www.giornaledibrescia.it

Il bagòss portato da Brescia si è congelato prima ancora di diventare un piccolo premio d’alta quota. Attorno solo vento, neve e pareti verticali. Sopra la vetta del Makalu, quinta montagna più alta della Terra, raggiunta tre giorni fa dal bresciano Matteo Bonalumi dopo una scalata estrema a 8463 metri.

La scalata

«È stata la mia scalata più difficile» ha confidato Bonalumi alla famiglia, comunicando attraverso un telefono satellitare dopo l’arrivo in quota. Una difficoltà doppia: tecnica, per le tante pareti dalle pendenze critiche incontrate lungo la via, e meteorologica, per condizioni che non hanno lasciato tregua. «Abbiamo affrontato bufere di neve e un gelo che non ci ha mai lasciato – ha raccontato –. Si è anche congelato il bagòss che mi ero portato da Brescia come sfizio».

La vista dal Makalu - © www.giornaledibrescia.it
La vista dal Makalu - © www.giornaledibrescia.it

Il Makalu, montagna himalayana severa e meno frequentata dell’Everest, ha richiesto settimane di acclimatamento e continui saliscendi tra i campi, dal campo base fino al campo 3. Prima ancora c’era stato un trekking di avvicinamento di oltre sette giorni nella valle isolata dominata dalla montagna. Un cammino lungo, faticoso e scandito dai tempi dell’alta quota dove ogni spostamento pesa e ogni scelta può diventare decisiva. Al fianco di Bonalumi c’era Dawa Sherpa, amico e compagno di spedizioni originario proprio di quelle zone. Con lui, e con l’ausilio dell’ossigeno, il commercialista bresciano ha affrontato l’ultima parte della salita, la più dura.

Il vento, la discesa

«In quota c’era un vento pazzesco, è stata durissima» ha riferito alla famiglia. Sull’Ottomila, Bonalumi ha voluto portare anche un ricordo della madre Lorenza, alla quale era molto legato: una coperta, custodita come presenza silenziosa e affettiva in mezzo al gelo dell’Himalaya. La conquista della vetta, però, non ha chiuso l’impresa. Come spesso accade sulle grandi montagne, la discesa si è rivelata una fase altrettanto delicata, resa più difficile dalla stanchezza accumulata durante le dodici ore di salita e dalle condizioni ambientali.

Le tende sul Makalu - © www.giornaledibrescia.it
Le tende sul Makalu - © www.giornaledibrescia.it

Bonalumi è riuscito a rientrare fino al campo 3, a 7600 metri, dove ha trascorso «una complicata notte senza ossigeno». Soltanto dopo una breve sosta ha potuto ripartire verso il campo 2. Ad attenderlo, come premio e insieme come indispensabile fonte di energia, una zuppa leggera.

Un palmarès alpèinistico da raccontare

Per Bonalumi il Makalu si aggiunge a un palmarès alpinistico costruito in anni di spedizioni sulle montagne più alte e difficili del mondo. Nel suo percorso figurano Everest, Annapurna, Broad Peak, Dhaulagiri e Peak Lenin. Non sempre la cima è arrivata, perché, come sanno gli alpinisti, in quota non basta voler salire.

Il selfie di Matteo Bonalumi in vetta al Makalu - © www.giornaledibrescia.it
Il selfie di Matteo Bonalumi in vetta al Makalu - © www.giornaledibrescia.it

È la montagna, alla fine, a decidere se concedere o meno il passaggio. Una vita su e giù dalle vette, che Bonalumi ha raccontato anche nei suoi libri, tutti editi da Marco Serra Tarantola: «Lassù, fino alle stelle», «Everest, il sogno» e «Annapurna. Tra sogno e vertigine».

Ora ci sarà anche il Makalu da raccontare: alla famiglia, agli amici e forse, ancora una volta, ai lettori che vorranno seguirlo tra neve, vento, memoria e vertigine.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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