Basta digitare il nome di una specie — un fiore, una pianta, un arbusto — per aprire una porta sul tempo e lasciarsi guidare indietro fino a quattro secoli fa. Nel catalogo online delle collezioni botaniche del Museo di Scienze Naturali di Brescia si intrecciano, infatti, storie lontanissime tra loro: piante raccolte nel Seicento da naturalisti che le osservavano con i primi microscopi, erbari ottocenteschi compilati con pazienza certosina, rilevazioni condotte sul territorio in tempi più recenti e dati raccolti nel corso di generazioni da studiosi, botanici e appassionati.
Il cuore di questo patrimonio sconosciuto a tanti è l'Herbarium Brixiensis, identificato dalla sigla HBBS, che custodisce circa 80.000 campioni tra piante vascolari, muschi, alghe, licheni e funghi. Una collezione che attraversa oltre quattrocento anni di storia naturalistica, dal Seicento a oggi, e che racconta soprattutto il territorio bresciano — ma non solo: tra i suoi scaffali si trovano anche esemplari provenienti dal resto d'Italia, dall'Europa e da altri continenti, testimonianza di scambi, spedizioni e collaborazioni scientifiche che hanno attraversato i secoli.
Versione digitale
La cosa sorprendente è che per varcare questa soglia non è necessario recarsi al Museo. Una parte consistente delle informazioni raccolte negli anni è stata infatti trasferita in un catalogo digitale liberamente consultabile online in cui scoprire 250.000 dati botanici, in gran parte riferiti al territorio bresciano, e circa 23.000 segnalazioni geolocalizzate. Questo non significa che nei depositi del Museo siano conservati 250.000 esemplari. Il database riunisce fonti differenti: ai campioni degli erbari si aggiungono le segnalazioni contenute nella letteratura scientifica e le osservazioni effettuate direttamente sul campo. Un enorme mosaico costruito mettendo insieme il lavoro di botanici, ricercatori e naturalisti che, nel corso del tempo, hanno percorso pianura, valli e montagne annotando la presenza delle diverse specie.
Consultarlo significa così poter partire anche solo da un nome e seguirne le tracce. Dove è stata osservata quella pianta? In quale periodo? Esistono campioni conservati nelle raccolte del Museo? Quanto indietro nel tempo arrivano le segnalazioni? Domande che trasformano un archivio apparentemente specialistico in una sorta di grande mappa della vegetazione bresciana.

Tesoro da conservare
Ed è qui che i vecchi fogli d'erbario mostrano tutta la loro attualità. Una pianta raccolta e fatta essiccare cento o duecento anni fa non è soltanto un tesoro da conservare: se accompagnata dalle informazioni sul luogo e sulla data del ritrovamento diventa una testimonianza precisa della presenza di quella specie in un determinato punto del territorio. Confrontata con i dati contemporanei può quindi contribuire a ricostruire cambiamenti, permanenze e trasformazioni della flora nel corso del tempo.
Tra i nuclei più antichi della collezione spicca l'erbario di Antonio Richiadei del 1623, considerato il primo erbario bresciano. Una raccolta che porta direttamente agli inizi del Seicento e restituisce un modo di osservare e classificare il mondo vegetale molto diverso da quello attuale. A pochi decenni di distanza risale invece un erbario dell'Orto botanico di Padova, datato 1677, mentre del 1808 è l'erbario Gorno, legato alle specie allora coltivate nell'orto botanico della città di Brescia.
Con l'Ottocento le raccolte diventano progressivamente più precise anche nelle informazioni che accompagnano i campioni. Un passaggio importante è rappresentato dall'erbario di Elia Zersi, realizzato soprattutto nel territorio bresciano nella seconda metà del secolo. Accanto alla pianta cominciano ad assumere sempre maggiore importanza indicazioni come la località di raccolta: dettagli fondamentali per gli studiosi di oggi, perché permettono di ricostruire con maggiore accuratezza la distribuzione storica delle specie.
Arricchimenti continuo
La tradizione continua nel Novecento con figure come Nino Arietti, uno dei nomi più importanti della botanica bresciana. Il suo erbario, conservato al Museo, comprende oltre cinquemila campioni raccolti tra gli anni Trenta e la fine degli anni Settanta, per la grande maggioranza provenienti proprio dal bresciano. Tasselli che, sommati a quelli lasciati dagli studiosi che lo avevano preceduto e da quelli aggiunti successivamente, hanno progressivamente costruito una fotografia sempre più dettagliata del patrimonio vegetale locale.
Ma sarebbe sbagliato pensare all'Herbarium Brixiensis come a una collezione conclusa. Le raccolte continuano infatti ad arricchirsi grazie all'attività di ricerca e alla collaborazione con le realtà scientifiche del territorio. Allo stesso modo continua a crescere il patrimonio di informazioni digitali, alimentato dalle rilevazioni sul campo e dai progetti che coinvolgono anche i cittadini nella raccolta di dati sulla biodiversità.
Il risultato è qualcosa che va oltre il semplice catalogo di un museo. È una memoria vegetale del territorio, costruita nell'arco di quattro secoli e oggi resa almeno in parte accessibile a chiunque abbia la curiosità di esplorarla.



