Storie

Giulio Franceschini, lo storico ispettore del Cai compie 96 anni

Ancora oggi frequenta la montagna: «Ma c’è troppa tecnologia»
Ruggero Bontempi
Giulio Franceschini sugli sci in Paganella © www.giornaledibrescia.it
Giulio Franceschini sugli sci in Paganella © www.giornaledibrescia.it

Camminare, sciare, arrampicare. Ma anche ispezionare, controllare, verificare la gestione e l’andamento dei lavori necessari per mantenere efficienti i rifugi alpini.

Quello del bresciano Giulio Franceschini, classe 1928, è il profilo entusiasta di chi continua a frequentare la montagna sulla scia di una passione coltivata fin da ragazzo, ma portata avanti anche sul versante della dedizione, competente e onerosa, verso le strutture ricettive in quota che supportano l’organizzazione di escursioni e ascensioni sulle nostre montagne.

L’approccio

Furono i padri della Pace i primi ad accompagnare Franceschini e i suoi compagni di scuola sulle vicine montagne della Valle Trompia (Monte Ario, Maniva Colombine, Corna Blacca), dove sperimentarono le prime gioie e fatiche dell’arte di andare sui sentieri.

Per Franceschini la possibilità di fare esperienze nuove in montagna giunse nel 1946 grazie a una vacanza organizzata nella residenza del Centro Diocesano a Ponte di Legno. Altri tempi per la viabilità e i mezzi di spostamento, e conseguentemente per le modalità di approccio alle alte quote. «Le camminate di allora non assomigliano a quelle di oggi», racconta.

Franceschini, Apostoli e Gualdi al lavoro al rifugio Gnutti © www.giornaledibrescia.it
Franceschini, Apostoli e Gualdi al lavoro al rifugio Gnutti © www.giornaledibrescia.it

«Ci si avviava direttamente a piedi da Ponte di Legno per salire la Val d’Avio, raggiungere il vecchio rifugio Garibaldi e da qui, dopo una breve sosta si ripartiva per il Passo Brizio e la Lobbia. L’indomani si proseguiva fino alla vetta dell’Adamello, quindi verso il Mandrone, il Passo Presena e il Passo Paradiso, da dove si faceva rientro a Ponte di Legno. Due giorni intensi, con un discreto carico sulle spalle, perché il rifugio offriva pochissimo, e poi a quell’epoca non potevo permettermi tante spese. E con un equipaggiamento che non è certo quello che si usa oggi, ma si componeva di scarponi chiodati, maglioni e giacconi pesanti».

Dopo la tessera

Sei anni più tardi, nel 1952, avvenne il suo primo tesseramento alla sezione di Brescia del Club Alpino Italiano, che aveva sede in due piccoli locali nel portico della Traversa del Gambero, ed era presieduta dall’ingegner Fracantonio Biaggi.

Nel 1955 il Cai cittadino si sposta in piazza Vescovado, dove rimarrà per diversi decenni, e Franceschini viene nominato ispettore del rifugio Bonardi. Nel 1963 il suo impegno per mantenere i rapporti con i rifugisti e per seguire ristrutturazioni e lavori di ogni genere diventa più gravoso con la nomina a «Ispettore capo» dei rifugi della sezione.

Seguiranno venti intensi anni spesi nei fine settimana tra le strutture del Garibaldi e della Lobbia, e ancora in quelle del Bozzi, Gnutti, Tonolini e Maria e Franco, spesso in compagnia dell’amico Silvio Apostoli. Oneri molti quindi, e ogni tanto il piacere di qualche bella uscita scialpinistica per portarsi in quota, passione mai abbandonata e giocata anche sulle nevi di molte zone tra le quali l’Oberland Bernese e Saas Fee.

Cambiamento

I rifugi sono migliorati rispetto ad alcuni decenni addietro. Come giudica Franceschini l’approccio odierno a queste strutture? «Il mio vissuto coi rifugi è ancora del tipo pionieristico, quando i nostri padri infondevano costi ed energie proprie nella costruzione e manutenzione, non c’era alcun contributo pubblico e tutto era basato su risorse private. I rifugi erano considerati ricoveri e come tali spesso venivano chiamati. Offrivano il minimo necessario all’alpinista, figura comunque abbastanza rara che non turbava l’eco della montagna. Ritengo inevitabile che la mano pubblica intervenga oggi imponendo normative sui servizi, igienici, sanitari e di protezione, anche se in tal modo il rifugio va perdendo il suo carattere di semplice ricovero per alpinisti e diventa un piccolo albergo».

Sta cambiando anche il modo di frequentare la montagna? «Sì, e credo che non si possa cambiare più nulla, indietro non si torna. Andando avanti troveremo sempre più tecnologia che ne stravolge la purezza. L’importante è che possa servire a imporne il rispetto». 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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