Digitali, ma quasi analogiche: perché spopolano le Flashback Camera

Quanto ci piace tornare al vintage. Nell’epoca dell’immagine, con lo smartphone sempre disponibile in tasca e le fotocamere digitali che scattano alla perfezione, c’è chi sta riscoprendo un modo più lento, sensoriale e inatteso di fare fotografia. Si chiamano flashback camera e, a prima vista, sembrano quasi uno scherzo: piccole compatte digitali che si ostinano a non avere uno schermo. Nessuna anteprima, nessuna possibilità di rifare lo scatto se il sorriso è venuto storto o se la luce si rivela essere assolutamente sbagliata. Le immagini si recuperano dopo, tramite app, come se fossero rullini da sviluppare in camera oscura. Solo che sotto quel guscio retrò – esteticamente figlio delle compatte usa e getta degli anni Ottanta e Novanta – c'è un sensore digitale moderno. È un ibrido curioso, a metà strada tra il revival nostalgico e l’innovazione del presente.
Come si usano
Il modello più rappresentativo di questa tendenza è la One35 V2 di Flashback (in vendita sul sito ufficiale a 91,95 euro): scocca in plastica leggera, colori pieni (c’è anche la versione trasparente), dettagli che ricordano le compatte di una volta, dal piccolo flash con levetta al grip effetto pelle.

Dentro, però, c'è un sensore da 13 megapixel, che di certo non punta alla perfezione tecnica, ma restituisce una buona immagine che, elaborata da un algoritmo proprietario, ricrea l’atmosfera della pellicola. Il mirino al posto dello schermo è una scelta precisa che costringe a guardare la scena prima di premere il pulsante di scatto, una modalità irrinunciabile per il vero fotografo.
Le foto, poi, si scaricano sull’app dopo almeno 24 ore (anche se l’ultima versione permette il download immediato). Niente sviluppo in camera oscura, certo, ma la stessa idea di fondo: aspettare. A questo si aggiunge anche il limite di 27 scatti a rullino, che si aggiorna solo dopo aver scaricato quello precedente. Insomma: la fotocamera riproduce la disciplina del rullino e rende ogni fotogramma una decisione consapevole. Per i più esigenti esiste anche una modalità di scatto in formato raw con controlli manuali completi, per gestire esposizione e messa a fuoco senza assistenze automatiche.
Tensione analogica
La Flashback Camera però non è però un caso isolato in questo senso. Fujifilm da anni lavora su questa tensione tra tecnologia e nostalgia, grazie alle sue macchine stile polaroid e alle simulazioni delle pellicole vintage in tutti i corpi macchina. Nel 2025 ha lanciato il modello X Half (in vendita a 829,99 euro), che in modalità fotocamera a pellicola lavora in maniera analoga: le immagini restano nascoste finché non si decide di sviluppare in app il rullino virtuale.
E chi ha vissuto l’era della camera oscura ricorda bene la sensazione di scattare con parsimonia le poche pose, con l’insicurezza perenne che le fotografie venissero mosse, sovra o sottoesposte. Poi si aspettavano giorni, a volte settimane, prima di poterle visionare. E quando le si teneva finalmente tra le mani, succedeva qualcosa di strano: quelle immagini sembravano inesorabilmente già ricordi. La distanza temporale le aveva già trasformate in qualcosa di prezioso, anche quando erano mosse, sbagliate o con teste e piedi tagliate a metà. Oggi quella distanza non esiste quasi più. La foto è scattata, giudicata, filtrata e pubblicata nel giro di pochi istanti. Il momento vissuto e quello condiviso sono diventati quasi la stessa cosa, e questo ha cambiato qualcosa anche nel modo – decisamente meno incisivo – in cui ricordiamo.

E per questo, forse, che in quel lasciare andare, oggi c'è qualcosa che assomiglia al vero lusso. La tendenza vintage non si è imposta come nostalgia fine a sé stessa, ma piuttosto come un modo per recuperare ciò che il presente ha eroso senza che ce ne accorgessimo: la distanza tra il momento vissuto e il momento ricordato. Uno scarto piccolo, apparentemente improduttivo, che però permetteva alla memoria di sedimentare invece di essere consumata nello scroll di un pomeriggio. Queste piccole macchine senza schermo, apparentemente anacronistiche, finiscono per dire qualcosa di sorprendentemente attuale, e cioè che non tutto deve essere visto subito. Non tutto deve essere perfetto e condiviso all’istante. A volte basta catturare un’immagine fugace e lasciare che il tempo faccia il resto.
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