I più audaci risalgono addirittura fino alla preistoria, quando il tempo si faceva mite (e a quei tempi c’era poco da scherzare con l’inverno) i nostri pro pro pro genitori uscivano dalla caverne (umidissime è facile immaginare) e si ritrovavano per bruciare un fantoccio dalle sembianze umane, poi però non bevevano un bicchiere di vin brulé. Un rito per scacciare la brutta stagione e invocare una primavera (benevola). E siccome stiamo parlando di centinaia di migliaia di anni fa, tramandare quella tradizione di generazione in generazione fino ad oggi, ovvero fino ai contemporanei roghi della vecchia, non è stata certo poca cosa. Anzi. Ma è davvero così? Oppure attribuire ai nostri antenati, che facevano i primi passi nell’evoluzione, l’invenzione dell’appuntamento di meta quaresima, tanto diffuso nella provincia di Brescia (soprattutto nella Bassa Bresciana), è un affascinante, quanto bizzarro, esercizio di fantasia?
Le ipotesi
Se si vuole avere un’idea confusa (e quasi sempre senza nessun fondamento) basta fare una ricerca su internet (e dove se no?). Per alcuni questa usanza è riconducibile a riti purificativi e propiziatori diffusi in epoca pre-cristiana. I Celti (vuoi non citare i Celti?) per ingraziarsi le divinità bruciavano (appunto) un fantoccio che rappresentava il passato; e mentre il falò ardeva tutto attorno si ballava cantando formule augurali. Tradizione che poi, a sua volta, si sarebbe innestata in quella cristiana: un giorno di svago nel mezzo della quaresima per interromperne l’austerità. Anche in questo caso una suggestione intrigante, di pezze giustificative però nemmeno l’ombra. La questione fondamentale è stabilire quanto il rogo della vecchia sia davvero da considerarsi tradizionale e se davvero le sue origini si perdano nella notte dei tempi.




