Convento della Torricella in vendita, «quanti ricordi in quella casa»

Emilia e Francesco Lussignoli, figli dello storico custode, hanno trascorso lì la loro infanzia: «Stavamo meglio di molti dei contadini dell’epoca»
Elisa Lussignoli e Silvio Bertoli il 25 agosto 1956 - © www.giornaledibrescia.it
Elisa Lussignoli e Silvio Bertoli il 25 agosto 1956 - © www.giornaledibrescia.it
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A Emilia, 80 anni, brillano ancora gli occhi mentre ricorda la casa in cui lei e i suoi cinque fratelli sono nati e cresciuti. «Abbiamo fatto lì la festa del matrimonio di mia sorella Elisa, il 25 agosto del 1956. Il giardino fiorito, il viale di ingresso, i marmi delle scale. I parenti ne hanno parlato per anni». Suo fratello Francesco, detto Piero, che di anni sta per compierne 90, è arrivato «prima che la comprassero le suore, mi ricordo sul vetro smerigliato della porta all’ingresso della villa del notabile le iniziali PS, cioè Prospero Sinigaglia, il notabile originariamente proprietario».

I ricordi

Piero e Emilia sono due dei sei figli di Giuseppe Lussignoli, custode e giardiniere prima per la famiglia Orefici Sinigaglia e poi per le suore che hanno acquistato Villa Santa Giovanna Antida, il convento della Torricella (attualmente in vendita). Tutti ci hanno vissuto da quando sono nati a quando si sono sposati o sono usciti di casa e oggi, dopo decenni, ne disegnano con lucida emozione il ricordo. Lo splendore degli arredi dei notabili ma anche il grande rigore della vita del convento. E il loro ruolo nel complesso meccanismo delle giornate. «Io mi ricordo che da bambino giocavo tra le impalcature dei muratori, sono nato nel 1935, il mio papà adorava il suo padrone perché, tra le altre cose, aveva la radio e i giornali e gli raccontava i fatti del mondo».

La famiglia Lussignoli, per l’epoca, si riteneva fortunata. «Avevamo il gabinetto in casa, quattro camere da letto e una cucina grande. I pavimenti erano di marmo – spiega Piero – il mio papà aveva uno stipendio basso dalle suore ma rispetto ai contadini che avevamo attorno avevamo una sistemazione decisamente migliore». Nel 1943 poi è stato sfollato l’ospedale: «Una grande croce sul tetto lo ha tenuto al riparo dei bombardamenti. Noi, per arrotondare in quel tempo difficile, abbiamo affittato le camere alle infermiere e facevamo i custodi alle biciclette dei medici. Abbiamo imparato ad andarci usando le loro di nascosto».

Il convento della Torricella - Foto Gabriele Strada /Neg © www.giornaledibrescia.it
Il convento della Torricella - Foto Gabriele Strada /Neg © www.giornaledibrescia.it

Dopo la guerra

Poi la guerra è passata e la vita del convento è ripresa. «Il rapporto era sempre di grande riguardo verso le suore. E dall’altra parte c’erano i contadini che lavoravano le terre del convento. Eravamo una comunità». Emilia ricorda «il giardino al piano terra, sempre curato e pieno di fiori e sopra la scala un altro grande giardino, con i pini e una grotta dove c’era una statua». Piero «fin dai cinque anni mi hanno chiamato a fare il chierichetto quando veniva il sacerdote a dire messa.Le suore avevano un rapporto particolare con i pavoniani». I primi tempi «non c’era il citofono, eravamo noi bambini o la nostra mamma che quando arrivava qualcuno andavamo ad avvisare la suore della portineria. Gli ospiti aspettavano in casa nostra».

La comunità

Il convento era una cittadina. «C’erano stabilmente 50 ragazze che stavano facendo il cammino verso i voti, le loro insegnanti e poi, due volte all’anno, arrivavano due pullman da Como e Varese con altre suore per gli esercizi spirituali. Erano più di 120 in quei giorni. Tutta la proprietà veniva preparata al meglio. Era uno spettacolo». Piero ci ha vissuto fino al 1962, Emilia fino al 1967. «Il custode era il nostro papà ma tutti davamo una mano. C’era l’orto, il frutteto, diversi giardini e pure un vigneto. Anche il monte era loro e le suore facevano lunghe passeggiate».

All’interno «c’erano due chiese. Una più bella dell’altra. La superiora e l’economa avevano lo studio nelle stanze della villa, con il parquet e i camini di marmo, mentre le novizie dormivano nelle ali costruite tra il 1935 e il 1940. Nelle cucine lavoravano sette persone e per noi c’era sempre qualcosa».

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