Storie

Microcamere e tante ore di attesa: come lavora un investigatore privato

Un giorno nello studio di Pier Luigi «Pablo» Orlando, ex poliziotto che ha lavorato a casi nazionali, come il sequestro Soffiantini. Tra localizzatori, microcamere e smart glasses: «Catturiamo la verità nella legalità»
Barbara Fenotti
L'investigatore privato deve sempre lavorare nella legalità
L'investigatore privato deve sempre lavorare nella legalità

La prima cosa che cattura lo sguardo, entrando nello studio di Pier Luigi «Pablo» Orlando, è un lettino. Proprio quello che ci si aspetterebbe di trovare nello studio di uno psicanalista, molto meno nell’ufficio di un investigatore privato. Gli chiediamo se lo usi. Sorride: no, nessuno dei suoi clienti si sdraia lì durante i colloqui. Eppure quel lettino una funzione ce l’ha: «Trasmette fin da subito la sensazione che qui ci si possa lasciare andare, che ci si possa fidare».

E il padrone di casa di vite complicate ne ha incontrate parecchie. Prima di diventare investigatore privato, Orlando ha trascorso 26 anni nella Polizia di Stato, molti dei quali alla Squadra Mobile di Brescia. Criminalità organizzata, omicidi, latitanti, sequestri di persona. Nel 1990 entrò nel gruppo investigativo che lavorò al rapimento del piccolo Augusto De Megni e partecipò all’operazione che portò alla sua liberazione; negli anni successivi si occupò, tra gli altri, del sequestro dell’imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini, della strage di Torchiera e del rapimento di Roberta Ghidini. Dopo Capaci lavorò anche nel pool investigativo costituito in Sicilia. Nel 2005 è andato in pensione e ha aperto la sua agenzia a Brescia, in via Aldo Moro.

Chi sono i clienti

Oggi davanti alla sua scrivania arrivano tante storie diverse. C’è chi teme un tradimento, chi sta attraversando una separazione, chi vuole sapere cosa accade al proprio figlio quando è affidato all’altro genitore. Arrivano imprenditori convinti che qualcuno stia facendo uscire informazioni riservate dall’azienda, così come donne che raccontano di essere perseguitate. Lo stalking è uno dei fenomeni sui quali Orlando richiama maggiormente l’attenzione. «Negli ultimi tempi le richieste arrivate all’agenzia per questo tipo di situazioni sono aumentate in maniera netta» dice.

Cambiano i problemi, ma resta il peso che hanno per chi varca quella porta: l’investigatore privato ripete sempre ai suoi collaboratori che «per noi potrebbe essere solo un caso, ma per la persona che viene qui è il caso della vita». Dietro un incarico possono esserci un matrimonio che si sgretola, un figlio, un’azienda costruita in decenni, la fiducia riposta nella persona sbagliata. Una volta ascoltato il cliente, però, il lavoro deve tradurre timori e sospetti in elementi concreti. Orlando segue una regola che ha trasformato nel motto della sua agenzia: «Catturiamo la verità nella legalità». Durante il nostro incontro torna più volte su quelle parole. «Quello che documentiamo deve essere sostenibile fino al giudizio, senza mettere nei guai il cliente» spiega. L’investigatore raccoglie le carte, sarà poi l’avvocato a «giocarle» in tribunale. Per questo, insiste, i due devono muoversi nella stessa direzione.

Il lavoro sempre nella legalità

Il rispetto delle regole riguarda anche gli strumenti utilizzati per raccogliere quegli elementi. Ed è un terreno sul quale, oggi, è molto facile avventurarsi da soli. Molti dispositivi da investigazione sono alla portata di tutti. Localizzatori, microcamere, registratori e altri strumenti si possono acquistare facilmente online. Comprarli è facile, ma utilizzarli legalmente è tutt’altra questione. «Il rischio è raccogliere informazioni o costruire una prova violando la legge – spiega Orlando –, rendendola inutilizzabile in giudizio e, nei casi peggiori, mettendo nei guai proprio chi voleva tutelarsi. Quando una vicenda può avere conseguenze giudiziarie, il primo passo dovrebbe essere rivolgersi al proprio avvocato: sarà il legale a valutare quali elementi servono e, se necessario, a lavorare in sinergia con un investigatore autorizzato».

Gli appostamenti sono ancora fondamentali
Gli appostamenti sono ancora fondamentali

Poi c’è quello che nessuna regola può garantire: riuscire davvero a scoprire cosa è accaduto. «La verità è sfuggente» dice Orlando, che in ventun anni di attività privata si è imbattuto nelle situazioni più impensabili. Due volte si è trovato davanti a una doppia famiglia. Letteralmente. Persone che conducevano due vite familiari parallele, con due famiglie portate avanti separatamente. È uno dei casi estremi incontrati in oltre due decenni di attività.

Questioni di famiglia

Le storie che arrivano dall’ambito familiare, naturalmente, sono molto più varie. A bussare alla porta può essere una madre che vuole sapere come si comporta il padre quando rimane solo con il bambino, oppure il contrario. «Mio marito è un bravo papà quando tiene il bambino? Usa stupefacenti? Guida dopo aver bevuto quando ha nostro figlio in macchina?». Domande che portano l’indagine su un terreno molto delicato. Separazioni, assegni di mantenimento e condizioni di affidamento fanno parte dello stesso mondo. Orlando vede arrivare persone travolte dalla rabbia e dalla paura. Qualche volta suggerisce di fermarsi, oppure di non cominciare nemmeno un’indagine. Racconta di avere invitato più di un cliente a cercare «un accordo magari non gradevole, però accettabile» invece di trascinarsi in battaglie logoranti. «Danneggiano tutti, sia chi ha ragione sia chi ha torto».

Quello familiare occupa circa un terzo dell’attività. Il resto si divide, a grandi linee, tra investigazioni aziendali e indagini che riguardano il penale, comprese quelle difensive svolte su incarico degli avvocati. In quest’ultimo ambito ha lavorato anche su casi di omicidio.

Le aziende e i dipendenti infedeli

Nel lavoro per le aziende, invece, le situazioni possono essere molto più ordinarie, almeno in apparenza. C’è il dipendente che sostiene di essersi infortunato e si presenta all’udienza con le stampelle. Fin qui nulla di strano. Il problema arriva dopo, quando esce dal tribunale senza. Oppure chi è assente dal lavoro e viene sorpreso, per fare un esempio, mentre va a funghi.

Nello stesso filone rientrano gli accertamenti sull’utilizzo dei permessi della legge 104. Qui Orlando smette di sorridere. La definisce «una legge di grande civiltà, pensata per rispettare fragilità e difficoltà delle persone. Così, quando capita di documentare chi utilizza il permesso destinato all’assistenza di un familiare per andare al mare o in montagna, avverto un senso di ingiustizia. Provare questa cosa, perciò, mi dà la sensazione di fare qualcosa che ha una funzione sociale: tutelare uno strumento nato per chi ne ha davvero bisogno». Un’impresa può rivolgersi a un investigatore anche perché sospetta che il problema si trovi al proprio interno. Ci sono fughe di informazioni, concorrenza sleale, know-how che prende strade impreviste, collaboratori nei quali l’imprenditore aveva riposto fiducia e che potrebbero giocare una partita per conto proprio. A volte il primo segnale è minuscolo: un concorrente che sembra conoscere in anticipo un’offerta, una notizia che non avrebbe dovuto oltrepassare i muri dell’azienda, oppure un comportamento improvvisamente anomalo. L’investigatore divide scherzosamente gli imprenditori in due categorie: ci sono quelli «illuminati», che preferiscono controllare quando compaiono i primi segnali, e gli «imprenditori struzzi». Questi ultimi scelgono di non guardare «perché vedere vuol dire preoccuparsi». Salvo poi accorgersi dell’emorragia quando il danno è già stato fatto.

Gli strumenti del mestiere

È parlando di fughe di informazioni e controlli che la conversazione si sposta inevitabilmente sugli strumenti del mestiere. A un certo punto l’investigatore apre il suo arsenale. Niente pistole: qui si gioca tutto sulla tecnologia. Ci mostra alcuni degli strumenti impiegati nelle bonifiche elettroniche.

L’analizzatore di spettro è uno dei principali. Poi ci sono gli smart glasses, occhiali da sole che possono fare riprese. Ci mostra anche un apparecchio che serve a individuare gli obiettivi delle telecamere nascoste sfruttando la riflessione della luce. Una microcamera può infatti avere un obiettivo minuscolo e confondersi dentro un oggetto apparentemente innocuo. «L’agenzia continua ad aggiornarsi sulle nuove apparecchiature e sulle tecniche utilizzate per spiare e per scoprire chi spia – spiega –. I droni, invece, non li impieghiamo nelle investigazioni per via dei limiti posti dalla tutela della privacy».

La tecnologia, però, copre soltanto una parte del lavoro. Il resto può essere fatto di ore trascorse ad aspettare. Se qualcuno immagina inseguimenti continui, cambi d’auto e azione da thriller, lui lo riporta rapidamente sulla terra. «Gli appostamenti possono essere lunghissimi – racconta –. Ore nelle quali non si muove nulla, perché ciò che interessa potrebbe durare pochi secondi e bisogna essere lì proprio in quel frangente».

Saper aspettare

Quell’attitudine all’attesa Orlando se la porta dietro da molto prima di diventare poliziotto. Gliel’ha insegnata suo padre, carabiniere, quando lo portava a caccia. Insieme potevano aspettare per ore senza che accadesse niente, immobili, osservando. «La caccia di un certo tipo ti insegna la pazienza». Oggi Orlando non caccia più, anche per una richiesta delle sue due figlie. Quelle ore trascorse accanto al padre gli sono rimaste addosso e, parecchi anni dopo, sono diventate uno strumento del mestiere. «Un investigatore può avere a disposizione la tecnologia più sofisticata, ma per cogliere il momento giusto deve saper aspettare» ribadisce. E durante quelle lunghe ore, per anni, c’è stata anche un’insospettabile aiutante.

Si chiamava Modì, era una cagnolina meticcia ed è scomparsa nel luglio del 2021. Orlando e i suoi collaboratori la portavano con loro soprattutto quando il pedinamento richiedeva di muoversi a piedi: una passeggiata con il cane rendeva naturale fermarsi, cambiare direzione, aspettare o percorrere più volte la stessa zona senza attirare troppo l’attenzione. Modì finiva così per partecipare all’indagine senza sapere nulla del caso. In un mestiere nel quale passare inosservati conta parecchio, una passeggiata con il cane poteva rivelarsi una copertura perfetta.

I pedinamenti

Proprio il pedinamento riserva a Orlando uno dei ricordi più curiosi dei suoi primi anni da investigatore privato. Oggi è una delle attività espressamente contemplate dalla disciplina del settore, ma quando aprì l’agenzia sulla sua licenza compariva un paradossale divieto di pedinare. Se ne accorse, andò in Prefettura e pose una domanda elementare: che investigatore poteva essere se la stessa autorizzazione che gli consentiva di lavorare gli impediva di seguire qualcuno? La vicenda era già finita sulle pagine del Giornale di Brescia nel 2011. Orlando aveva contestato formalmente quella prescrizione e le autorizzazioni rilasciate nel Bresciano vennero poi sostituite, eliminando il divieto. La normativa nazionale ha poi regolato espressamente anche l’osservazione statica e dinamica, compreso l’impiego di strumenti elettronici nei casi consentiti. Quella licenza resta ancora oggi il punto di partenza per chi vuole fare questo mestiere.

Come si diventa investigatori privati

Aprire un’agenzia investigativa richiede infatti un’autorizzazione prefettizia e requisiti professionali precisi. Per diventare oggi titolare di un istituto la normativa prevede, tra l’altro, una laurea almeno triennale in specifiche aree e un percorso professionale e formativo. La via ordinaria comprende almeno tre anni di attività operativa alle dipendenze di un investigatore autorizzato da almeno cinque anni e una specifica formazione teorico-pratica. Per chi proviene dai reparti investigativi delle Forze di polizia sono previste condizioni alternative per parte del percorso. «Riceviamo tantissimi curriculum – racconta –: il mestiere affascina. Tuttavia pochi riescono a trasformare questa passione in un lavoro».

Nel caso di Orlando il mestiere è diventato quasi un affare di famiglia. Nello studio accanto lavora infatti la moglie Silvia Massera, che fa lo stesso lavoro con una propria agenzia indipendente. Inevitabile pensare per un istante a una versione bresciana di Mr. & Mrs. Smith, il film con Brad Pitt e Angelina Jolie nei panni di marito e moglie che scoprono di essere entrambi agenti segreti. Pistole, sparatorie e inseguimenti hollywoodiani, però, possono restare sullo schermo. «Nella maggior parte dei casi l’aspetto che conta davvero è riuscire a empatizzare con chi hai davanti – raccontano Silvia e Pablo –: il nostro lavoro ha anche e soprattutto questo come fondamento». La passione investigativa non si è limitata a mamma e papà, raggiungendo anche la generazione successiva: una delle figlie è investigatrice e lavora con Orlando.

La carriera in Polizia

La famiglia riporta il discorso, quasi naturalmente, alla vita che ha preceduto l’agenzia e a ciò che di quegli anni Orlando si è portato dietro. Quando parla dei suoi 26 anni in Polizia, usa una definizione precisa: «È un lavoro un pochettino crudo. Arrestare qualcuno significa privarlo della libertà. È il compito che la legge affida al poliziotto, ma non sono mai riuscito a dimenticare che dietro la persona arrestata, al di là di quello che ha fatto, resta un essere umano. A volte significa entrare in una casa e portare via qualcuno davanti ai suoi familiari».

I sequestri, invece, gli hanno lasciato un ricordo diverso. Liberare un ostaggio significava vedere la vita di qualcuno restituita a una famiglia. «Lì percepisci che hai salvato una vita, come fa un medico». Da quell’esperienza Orlando dice di essersi portato dietro soprattutto uno «spirito di servizio».

Consulenze e soluzioni

Molte persone lo contattano soltanto per una consulenza. «Il colloquio in sede è gratuito finché non viene avviata un’attività che comporta costi – spiega – e qualche problema si può chiudere con un semplice consiglio: mi è capitato tante volte».

Oggi sulla parete dello studio di via Aldo Moro restano gli attestati e gli encomi della vita precedente. Negli armadi ci sono gli strumenti della vita attuale. Nella stanza accanto lavora Silvia, sua moglie. Poco più in là c’è quel lettino sul quale nessuno si sdraia: serve soltanto a far capire che, lì dentro, si può parlare, ci si può lasciare andare e, se tutto va per il verso giusto, trovare una soluzione a ciò che affligge e angustia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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