A volte le storie fanno giri immensi. E uno che di giri se ne intende per davvero è Alessandro De Marchi, noto negli ambienti del ciclismo come il «Rosso di Buja». Già, perché il rosso è per lui un colore totem: rossa (e blu) è la maglia della Ciclistica Bujese, la squadra di casa (neonata al tempo del sisma) in cui esordì, ma soprattutto rosso fu il numero «53» che campeggiava al Tour de France 2014 sulla sua maglia cifra del «corridore più combattivo» della gran boucle.
De Marchi - oggi direttore sportivo alla Jayco Alula, ma prima di salire in ammiraglia un fuggitivo capace di regalarsi la maglia rosa (che a ben vedere è quasi rosso...) al Giro d’Italia per più tappe - è nato nel 1986, dieci anni dopo il sisma, ma della sua determinazione fa specchio di quella della gente di Buja. Proprio in questi giorni è uscita la sua autobiografia: «Il numero rosso», manco a dirlo..., scritta a quattro mani con Filippo Cauz (Mulatero Editore).
Il senso di comunità
Scrive De Marchi: «Il senso di comunità di Buja è ciò che ha ricostruito questo luogo dopo il terremoto del 1976 (...). Il mio numero rosso, e forse la mia stessa combattività, non è mio, ma è di questa comunità».
La stessa alla quale, assieme a case e speranza, i bresciani vollero restituire risistemata anche la chiesetta di San Giuseppe (come ricorda ora una lapide, con le effigi dei Santi Faustino e Giovita). E proprio all’ombra di quella chiesetta, in una gimkana promossa dalla Ciclistica Bujese nel 1993 per la Sagra del patrono, iniziò (con tanto di coppa) l’avventura sulle due ruote di De Marchi. Nella frazione di Ursinins piccolo, a due passi dalla via che ricorda il Villaggio Brescia, ha sede la squadra che ancora fa il tifo per De Marchi e che ne ha celebrato l’addio ai pedali da corridore. Da Buja in tempi più recenti sono gemmati al ciclismo anche i fratelli Milan (Jonathan è tra l’altro oro olimpico nell’inseguimento su pista, preparato al velodromo di Montichiari) e Nicola Venchiarutti: segno che a Buja, essere combattivi, effettivamente è virtù ben coltivata…

I ricordi
«Io sono nato dieci anni dopo - conferma al telefono il Rosso di Buja, tra le mille incombenze del suo nuovo ruolo di ds in pieno periodo agonistico -, non ho vissuto il sisma sulla mia pelle, ma alla mia generazione è stata tramandata la consapevolezza che chi c’era non aveva perso tempo, aveva voltato pagina in fretta, senza paura a chiedere aiuto: ricordo che quando ero piccolo girava la foto di un muro con la scritta "il Friuli ringrazia e non dimentica". Riassumeva parecchio lo spirito della nostra gente».
Che ci sia poi un legame fortissimo con la terra di origine lo ribadisce anche una frase che De Marchi ha trovato azzeccata al suo ultimo progetto: la produzione del suo vino, etichetta, manco a dirlo, il «Rosso di Buja». «"Un uomo senza la sua terra è un uomo senza cuore": la disse una mia amica una sera in compagnia, ma la sentii subito mia - spiega il corridore, fuggitivo dalle radici fortissime - perché mi rende orgoglioso poter legare il mio nome a qualcosa che mi è molto caro come il mio paese».

Sabato a Buja si terrà una cerimonia commemorativa per i 50 anni dal sisma: «È molto sentita, direi attesa perché qui c’è voglia di ricordare quel momento che è stato tragico ma anche caratterizzante della nostra storia di friulani. Purtroppo non ci sarò - spiega con rammarico De Marchi - perché sarò per lavoro a una corsa in Spagna».
In ammiraglia, non più in sella «ma è comunque dura: sudi meno e prendi meno pioggia, ma senti la responsabilità di esserci per i ragazzi e le ragazze, di aiutarli». A ribadire che il darsi da fare, meglio se per il prossimo, è cifra propria di un bujese doc. Tratto comune al Bresciano, peraltro. Dove agli esordi della sua carriera De Marchi ha pedalato parecchio: «Ho bei ricordi - conferma - di Montichiari, dove mi allenavo in pista con la Nazionale, ma anche del Garda».
Quest’anno il Giro non passerà dalle nostre parti, lo farà invece - e non per caso - da Buja: la tappa è l’ultima prima della passerella finale nella Capitale, la «Gemona del Friuli 1976/2026-Piancavallo» del 30 maggio prossimo venturo. Una frazione che riporta un nome speciale, a celebrare in occasione del cinquantesimo del sisma, le vittime e la forza di chi sopravvisse, in una terra di grandi ciclisti e di passionaccia proverbiale per le due ruote.
Il passaggio per Buja sarà dopo soli 24 km. Quasi un sigillo su una di quelle storie, che come dicevamo, fanno giri immensi.




