Novantun anni compiuti il 3 settembre, Bruno Frusca continua a coltivare il teatro con la stessa curiosità che lo accompagna fin dall’infanzia. Attore, regista e anima della compagnia La Betulla di Nave, ha attraversato una stagione importante della cultura bresciana, dalla Loggetta di Mina Mezzadri e Renato Borsoni ai festival nazionali e internazionali. E ha trasformato il piano inferiore della propria abitazione in un teatro aperto alla comunità. Tra copioni, fotografie e registrazioni ripercorre una vita nella quale il palcoscenico si intreccia con la storia familiare e quella del Paese.
Frusca, qual è il suo primo ricordo del palcoscenico?
Il saggio dell’asilo. C’erano dodici bambine, tutte con il fiocco rosa, e io ero l’unico maschio, con quello azzurro. Eravamo tutti biondi. È un’immagine che ho ancora davanti agli occhi.
Anche suo padre aveva un legame con il teatro.
Era maresciallo del Regio Esercito e aveva trascorso molti anni in Libia. A Tripoli organizzava gli spettacoli delle compagnie italiane che arrivavano dall’Italia. Una volta, mentre era solo a cavallo, si trovò davanti alcuni briganti. Per spaventarli gridò: «Battaglione, carica!», fingendo di avere i soldati alle spalle. E quelli scapparono.

Di suo padre conserva anche un ricordo legato alla guerra.
Dopo l’8 settembre 1943 si rifiutò di giurare fedeltà alla Repubblica di Salò. Aveva già giurato al re e non intendeva venir meno alla parola data. Fu arrestato e trascorse un mese nelle prigioni del Castello di Brescia, con don Vender. Per la nostra famiglia furono tempi durissimi.
La guerra segnò anche la sua infanzia.
Abitavamo a Brescia, in via San Carlo, vicino a stabilimenti che potevano essere bombardati. Fummo sfollati a Collebeato. Nella casa dove vivevamo c’era un viale di gelsi. Tesi un filo di ferro tra due alberi, ci appesi un lenzuolo come sipario e mi feci prestare quattro tavoli dall’osteria. Con gli altri bambini organizzai uno spettacolo.
Poi arrivò la Loggetta, una stagione importante per il teatro bresciano.
Ci sono rimasto dieci anni, con Mina Mezzadri e Renato Borsoni. Il teatro per me è stato anche una fonte di cultura, perché non so se, senza il palcoscenico, avrei potuto arrivare a conoscere tante cose.

E come arrivò a Nave?
Per lavoro. Avevo fatto domanda a diverse aziende. Alla Stefana mi cercavano da mesi, ma non riuscivano a trovarmi. Un rappresentante mi riconobbe per caso mentre giocavo a carte in un bar di Campo Marte. Mi presentai per il colloquio e dopo cinque minuti ero assunto. Mi occupavo dell’analisi dei costi di produzione.
Da un incontro casuale nacque anche l’avventura teatrale di Nave.
Un collega mi raccontò che i ragazzi dell’oratorio cercavano qualcuno che li aiutasse con gli spettacoli. Accettai. Tornavo dal lavoro e due sere alla settimana ripartivo per le prove. Ero ancora impegnato anche alla Loggetta.
Fu così che nacque La Betulla?
All’inizio si chiamava Amici del Teatro. Nel 1968 allestimmo «Avamposto» di Alfonso Sastre per un concorso diocesano. Non volli il mio nome come regista sulla locandina, perché temevo che il legame con la Loggetta potesse penalizzare il gruppo. Gianni Senestrari vinse il premio come miglior attore. Molti anni dopo una fotografia di quello spettacolo finì sulla copertina di un libro del professor Enrico Di Pastena.

A un certo punto decise di costruire un teatro sotto casa. Perché?
All’oratorio, d’inverno, faceva un freddo terribile. L’acqua gelava. Io mi presi un’otite purulenta e un altro ragazzo una bronchite. Dissi che il primo di noi a costruire casa avrebbe dovuto ricavarci sotto un teatro. Poi toccò a me e mantenni la promessa.
Sua moglie Gina Rosa fu parte di questa avventura.
Aveva un amore enorme per la cultura. Mi disse: guai a te se farai pagare il biglietto a chi viene a teatro in casa nostra! Alla fine degli spettacoli saliva sul palcoscenico, chiedeva scherzosamente scusa agli spettatori per quello che avevano dovuto vedere e poi li invitava a mangiare qualcosa.
Il vostro teatro è arrivato anche in carcere.
A Canton Mombello, con uno spettacolo sui tre innocenti di Montichiari. Ringraziai i detenuti per aver accolto il nostro invito. Uno dal fondo gridò: «Non avevamo alternative!». Gli risposi che la volta successiva avrei voluto vedere loro sul palcoscenico. Alla fine alcuni ci chiesero baffi e parrucche. Mi venne il dubbio che volessero usarli per scappare, quindi non glieli diedi!

Il teatro l’ha portata anche a confrontarsi con la storia.
Alla Loggetta partecipai a «Dietro il ponte c’è un cimitero» di Sandro Fontana, sulla Prima guerra mondiale. Sostituii un attore che si era fatto male, con pochissimo tempo per prepararmi. Lo spettacolo suscitò una denuncia per vilipendio alle Forze armate. Un magistrato esaminò il copione e venne a vedere la rappresentazione. Alla fine non si arrivò a un processo.
Non fu l’unica volta che uno spettacolo provocò reazioni inattese.
Al Festival di Pesaro, durante un lavoro che ripercorreva la storia, cantammo «Tripoli bel suol d’amore». Uno spettatore si alzò gridando: «Basta fascisti!» e uscì. Ma quella canzone risaliva alla guerra di Libia del 1911, molto prima del fascismo.
Fra i tanti incontri conserva quello con Ignazio Buttitta.
Ero in vacanza in Sicilia con mia moglie. Mi ritrovai ad alternare canzoni siciliane alle poesie di Buttitta, in pantaloncini corti e infradito. Alla fine qualcuno domandò a Gina Rosa come avesse fatto a sposare un siciliano che parlava così bene il lombardo. Buttitta mi scrisse anche una dedica su un suo libro.
Che cosa prova quando ripensa alle persone che hanno condiviso questa storia?
Ho ancora un filmato che la Rai girò negli anni Settanta. Si vede il lavoro nelle fabbriche di Nave, poi le prove e il teatro pieno di gente. Quando lo riguardo mi viene da piangere. Tante di quelle persone oggi non ci sono più. Tra il pubblico c’è anche mio figlio Paolo, che allora era piccolo. Oggi vive a Vienna e ha superato i sessant’anni.
A 91 anni, che cos’è per lei il teatro?
Quando qualcuno mi dice che ho una bella passione, rispondo sempre che non è una passione. È una grande malattia, inguaribile.



