Dal Liceo Arnaldo di Brescia alla City University di New York il passo è breve. Anzi no. Non esattamente. Nicole Baiguera sta per concludere il suo primo anno di dottorato di ricerca in letterature comparate nella Grande Mela. E lo racconta con entusiasmo, ma senza nascondere le difficoltà della sua scelta e quelle che ha incontrato trasferendosi oltreoceano.
Perché New York è un sogno che si realizza, continui stimoli, incontri sorprendenti (come quello con l’amata scrittrice Teresa Ciabatti all’Istituto italiano di cultura); ma anche prezzi altissimi, trasferimenti estenuanti e nuove, incredibili abitudini da prendere in fretta.
Cominciamo dall’inizio. Cos’hai fatto prima di arrivare negli Stati Uniti?
Ho fatto l’Arnaldo, poi la laurea triennale in Lettere antiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore e infine la magistrale in Filologia moderna, sempre in Cattolica. Ho cambiato percorso, passando da lettere antiche a moderne, perché volevo dedicarmi alle letterature comparate. Nel frattempo, dal secondo anno di magistrale, ho cominciato a insegnare in una scuola, scoprendo una vera e propria vocazione.
Perché, a un certo punto, hai deciso di partire per New York?
Volevo fare il dottorato e qui ho trovato spazio per la mia idea, cosa che non sempre avviene in Italia. Ho vinto un posto con borsa e porto avanti il progetto che avevo intrapreso con la tesi di laurea magistrale. Si tratta di una ricerca sulla figura della madre in opere letterarie di epoche e paesi diversi. Le protagoniste della mia tesi di laurea magistrale erano la Fedra di Euripide e Seneca, la Didone di Virgilio e Ovidio, Caterina da Siena (che i seguaci chiamavano «mamma»), l’Oriana Fallaci di «Lettera a un bambino mai nato», le madri di Bontempelli e McGrath. Ora sto esplorando altre figure.

Com’è andato un cambiamento d’ambiente tanto importante?
Per me è stato tutt’altro che semplice perché sono legata a Brescia e amavo moltissimo il mio lavoro al Liceo Carli, dove ho insegnato tre anni. Avevo già trascorso periodi negli Stati Uniti, ma il trasferimento è stato faticoso, sia dal punto di vista emotivo sia da quello pratico. Si è trattato infatti di ricostruire una vita quotidiana da zero. Con moltissima burocrazia e non pochi ostacoli, primo tra tutti la casa: sono arrivata a fine agosto, periodo di domanda altissima, e trovarla è stata un’impresa. Ora vivo a Brooklyn con due ragazze italiane. Per gli standard del luogo è vicina all’Università, che si trova nella zona dell’Empire State Building, in realtà impiego 45 minuti per raggiungerla. Ecco, uno degli aspetti di questa città con cui ho dovuto imparare a convivere è la durata degli spostamenti, nella quale vanno sempre calcolati i frequenti imprevisti. E poi ci sono i topi. A New York c’è pieno di topi. Li incontro ogni volta che esco di casa, e ormai mi ci sono abituata, oltre a considerarmi fortunata perché la gente del posto mi dice che avrei potuto trovarli nell’appartamento!
E per quanto riguarda l’Università che cosa hai trovato?
Il mio dottorato di ricerca, di letterature comparate con specializzazione in italiano, dura cinque anni. Nei primi due, si frequentano corsi e, dal secondo, si tengono lezioni (so già che io andrò al College di Staten Island e non vedo l’ora, anche se è a un’ora e mezza da casa mia); negli altri tre, si porta avanti il proprio progetto di ricerca che culmina nella discussione della tesi ma è il risultato di tante ricerche, che producono dei paper discussi di volta in volta. È una modalità molto attiva e stimolante.
Credi che la tua formazione in Italia ti abbia dato dei punti di forza?
Sì, posso dire di avere una solida cultura generale di ambito umanistico e un metodo. Entrambi mi derivano prima di tutto dal Liceo Arnaldo.
E le debolezze? Com’è andata per esempio con la lingua?
Ho scelto gli Stati Uniti anche perché conoscevo già l’inglese, ma certo ho dovuto abituare il mio cervello a seguire le lezioni all’università e imparare a esprimermi a un livello alto. In ogni caso, non è stato particolarmente complicato. Tra l’altro gli italiani a New York sono moltissimi e come italiana sono sempre accolta con grande calore. Per il resto, come si può immaginare, l’ambiente è molto internazionale. Ho fatto tanti incontri e instaurato nuovi rapporti di amicizia, fuori e dentro il dottorato, seppur in gran parte abbiano ancora una forma embrionale. Anche per questo nei primi mesi provavo un’acuta nostalgia dell’Italia, dei miei genitori e dei miei amici.
E poi?
Poi arriva il momento in cui è come se ti riconoscessi nella città, come se i luoghi che frequenti diventassero una parte di te. Anche se io so che per me New York non sarà mai casa.
Quindi dove e come immagini il tuo futuro?
Il mio sogno è insegnare, e mi piacerebbe farlo all’università. Considero questa esperienza un modo per avvicinarmi al mio obiettivo. Ma a questo punto posso dire che c’è molto di più: la prima volta che sono tornata in Italia non vedevo l’ora, adesso quasi mi dispiace andarmene per tre mesi in Italia e devo dire che è un’inattesa, felice sensazione.




