Chi ha paura del Classico? La domanda è lecita, a giudicare dalla scarsa percentuale di studenti che scelgono questo tipo di liceo. Eppure, ogni volta che se ne parla, schiere di ex alunni sono pronte a fare da testimonial alla «loro» scuola. Di più: a dichiararle amore eterno («Odi et amo...»).
I numeri
Ma partiamo dai dati. Secondo l’Ufficio scolastico regionale, le nuove iscrizioni al Liceo classico per il prossimo anno scolastico sono il 3,19% del totale. Una percentuale che conferma il calo a livello lombardo (quest’anno i «primini» erano il 3,22%, nel precedente il 3,39%) e pone la nostra regione sotto la media nazionale del 5,20%.
Per quanto riguarda Brescia: i dati provinciali non sono ancora disponibili, ma ovviamente le singole scuole sanno già come sono andate le iscrizioni. Così al Liceo Arnaldo di corso Magenta, in città, in settembre i «primini» saranno 130 (più gli eventuali reiscritti): undici in più in confronto all’anno passato, che è già una buona notizia; ma soprattutto un numero consistente tra i 2.500 di tutta la Lombardia. Insomma: «Per noi le iscrizioni sono andate molto bene», dichiara la dirigente scolastica Elena Lazzari. «Formeremo cinque classi prime con circa 27 alunni per classe».

D’altra parte «il nostro obiettivo, anche a fronte del calo demografico, è soprattutto quello di mantenere l’esistente». Se poi si cresce tanto meglio. «Abbiamo fatto grandi investimenti anche sulla comunicazione», spiega la preside. E quando le si chiede perché oggi un ragazzo di 14 anni dovrebbe scegliere di iscriversi al Liceo classico, la scuola in cui si apprendono le cosiddette «lingue morte», fa un ragionamento che parte da lontano (ma non troppo): «Nei primi dieci, quindici anni degli anni 2000 si è puntato molto sulle competenze e le abilità. Però non va dimenticata l’importanza di dedicare un tempo congruo allo sviluppo armonico della persona, proprio come si fa al Classico, sul quale poi può essere costruito l’addestramento professionale. Certo – continua Lazzari – vanno intercettate le diverse intelligenze, perché non tutti gli studenti hanno gli stessi bisogni».
Altro che lingue morte
Parlando in generale dei licei, la preside dell’Arnaldo sostiene che «il tema fondamentale è il superamento degli steccati tra i vari indirizzi: dovrebbero essere considerati come un insieme che punta alle conoscenze».

Quanto al Classico nello specifico, «lo studio del greco e del latino, con la lettura e la traduzione di testi che aprono mondi, fornisce strumenti per sintonizzarsi con gli altri esseri umani in un modo straordinario». Altro che «lingue morte».
Attenzione, però: «si tratta di uno studio con una componente tecnica molto forte». E proprio questa componente, che richiede un innegabile sacrificio, può spaventare studenti e famiglie. Ma, continua Lazzari, «un po’ di sforzo in un’età in cui il cervello è particolarmente ricettivo è molto importante oltre che utile: sia per chi lo sostiene sia la collettività, se si pensa ai risultati in termini di capacità di comprendere la realtà, di comunicare, di scrivere…».
E con questo la preside ha già risposto alla domanda ricorrente «a cosa serve studiare le lingue antiche». Tra le quali, peraltro, il latino è oggetto ormai da anni di grandi (e dibattute) innovazioni didattiche: all’Arnaldo si pratica non solo il celebre metodo Ørberg, ma anche una variante che lo integra al metodo tradizionale, frutto di un recente accordo della scuola con l’Università di Pisa e quella di Oslo. «L’obiettivo è rendere il latino più friendly», sottolinea la preside.
Una lingua… come un’altra
E dall’aggettivo in inglese ai progetti d’internazionalizzazione il passo è breve, con una sezione caratterizzata da potenziamento linguistico e docente madrelingua, mentre tutti gli studenti possono accedere a certificazioni e stage all’estero. È davvero un’altra epoca rispetto a quella non lontanissima in cui al Classico lo studio della lingua straniera si fermava alla quinta ginnasio. Del resto «gli studenti di questo tipo di liceo dimostrano grande agilità anche nello studio delle lingue moderne». Parola di Guido Milanese, ordinario di Lingua e letteratura latina alla facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e autore del volume «Le ragioni del Latino» (Scholé). Che aggiunge ulteriori risposte all’interrogativo sull’utilità dello studio dell’antica lingua: «Il latino migliora il rapporto con la lingua italiana, nel senso che rafforza il lessico in un momento storico in cui si è ridotto al punto da essere un’emergenza culturale. Ma oggi c’è un’altra emergenza culturale, e riguarda il rapporto col tempo: viviamo in una sincronia obbligata; e, in questo caso, il latino permette il rapporto diretto con tremila anni di storia perché non è solo la lingua di Cicerone, è la lingua d’Europa fino al Romanticismo».

Il progetto
Da qui l’idea che «il latino dev’essere trattato come le altre lingue» e dunque il progetto europeo Eulalia (European Latin Linguistic Assessment), del cui staff Milanese fa parte, che ha sviluppato un sistema di certificazione. All’Arnaldo l’hanno già conseguita in 62.
Ma non di sole lettere vive il Classico, pur convintamente fedele alla sua identità. Nell’ambito di quell’autonomia scolastica che consente di modificare il monte ore di ogni disciplina per un massimo del 20%, il Liceo cittadino ha attivato, accanto a un orientamento archeologico con un laboratorio che sfrutta il sito romano sotto il palazzo di corso Magenta, un indirizzo a orientamento scientifico, rivolto a chi abbia in programma di accedere a corsi di laurea Stem.

Testimonial (forse) inattesi
E allora non deve stupire se tra i testimonial del Classico si trovino oggi più che mai (perché non è certo una novità) anche scienziati come la 32enne Giada Bianchetti, che si occupa di una forma di tumore e poco tempo fa ha ottenuto un finanziamento di oltre un milione per le sue ricerche dal Fondo italiano per la Scienza. «Ho scelto questo tipo di liceo con l’obiettivo di diventare una giornalista sportiva», racconta la ricercatrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. «Poi, proprio al Classico, mi sono avvicinata alle materie scientifiche, alle quali ho finito per appassionarmi grazie a insegnanti molto bravi». Risultato: la scelta di Fisica all’Università.
«I primi tempi non sono stati semplici, perché dal punto di vista nozionistico ero ovviamente indietro rispetto a chi veniva da uno Scientifico. Però il Classico mi aveva dato tutti gli strumenti per affrontare le nuove fatiche. D’altra parte la traduzione del greco e del latino richiede un approccio scientifico, l’applicazione di un metodo scientifico. Anzi, io dico sempre che la mia attività di ricerca è cominciata cercando le parole delle lingue antiche sui dizionari. E quando oggi devo insegnare agli studenti università o esporre dei risultati alla comunità scientifica, posso contare su una capacità di comunicazione che pure mi sono formata negli anni del liceo».
È chiaro che Bianchetti non ha rimpianti: «Se tornassi indietro, rifarei il Classico». Ma il messaggio che soprattutto vuole dare agli studenti di oggi è di «non temere, qualsiasi strada si sia imboccata, di darsi nuove possibilità. Perché gli steccati non esistono».




