Marta Abatantuono: «Brescia è casa, faccio la mamma e ho un papà… eccezzziunale»

La figlia dell’attore e regista italiano è originaria di Lucca, ma vive in città dal 2018. «La nostra è una famiglia allargata con rapporti molto buoni»
  • Marta Abatantuono e la sua famiglia allargata
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Un filo di rossetto sui toni del malva perfettamente abbinato a maglioncino, orecchini e friulane. Raffinata, ma semplice. E soprattutto solare. Così Marta Abatantuono si presenta all’intervista. Davanti a un caffè macchiato di una pasticceria del centro racconta cosa abbia significato per lei portare un cognome così importante, descrive la sua grande famiglia con occhi pieni d’amore, spiega la scelta di fare la mamma a tempo pieno accantonando la carriera da avvocato e parla del suo affetto per Brescia, la città che definisce «la mia casa».

Perché la figlia di Diego Abatantuono abita qui?

Mio marito, Matteo Saccocci, è un cardiochirurgo. Ci siamo conosciuti in Toscana, io sono originaria di Lucca. Per il suo lavoro abbiamo vissuto un periodo all’estero, a New York e Zurigo. Quando, nel 2018, è stato assunto alla Poliambulanza ci siamo trasferiti a Brescia. Ora lui lavora tre giorni a settimana al San Raffaele di Milano e due a Ome, ma abbiamo scelto di non spostarci: Brescia è bella, accogliente e comoda, soprattutto per chi, come noi, ha figli. Offre, infatti, tutto senza fare troppa strada. Abitare a Milano sarebbe stato più complicato: per andare a prendere un bambino a scuola bisogna stare in auto anche quaranta minuti.

Avete tre figli, giusto?

Sì. Matilde, la più grande, è nata a Milano, nel 2016, Maria Carlotta in Svizzera, nel 2018, e Michelangelo alla Poliambulanza, nel 2021, in piena pandemia. Fare la mamma mi piace. Portare avanti due carriere in famiglia sarebbe stato impossibile. Ho quindi scelto di accantonare la mia laurea in Giurisprudenza e di dedicarmi ai figli, a tempo pieno, senza ricorrere all’aiuto di una tata. Per ora, visto che sono piccoli, va bene così, in futuro non escludo di fare altro. Un’idea in mente ce l’ho già.

Su Instagram pubblica spesso le fotografie di famiglia. Come è nata la pagina «Le bambine di casa»?

Eravamo in pandemia, mio marito lavorava tantissimo in ospedale e io trascorrevo le giornate con le bambine in un appartamento del centro senza giardino. Mio papà mi aveva proposto di trasferirmi da loro, a Riccione, in una casa molto grande con tanto verde, ma io non ho voluto allontanarmi da Matteo. Così in casa trascorrevamo le giornate inventando giochi: dal mare con le coperte e i costumi alla pista per le macchinine realizzata con lo scotch sul pavimento, fino a un piccolo cinema per le bambole. Le amiche mi chiedevano di mostrare loro le fotografie, così ho creato la pagina social. Che ho poi aggiornato aggiungendo nell’immagine principale il disegno di un neonato celeste quando è nato Michelangelo.

Papà attore, mamma Rita Rabassini scenografa, da tantissimi anni compagna del regista Gabriele Salvatores. Lei, Marta, che infanzia ha avuto?

Da piccola ho viaggiato molto per via del lavoro dei miei genitori: sono stata un mese e mezzo in Grecia per «Mediterraneo», in Messico per «Puerto Escondido»... Per me non è stato facile accettare che mio papà fosse così famoso. Mi sentivo osservata: non volevo che venisse a prendermi davanti alla scuola o assistesse alle recite. Per le mie figlie, invece, è diverso: sono pazze del loro super nonno. Quando viene a prenderle a scuola a Brescia sono felicissime. E se qualche nonna vuole una foto con lui impazziscono dalla gioia.

Lei non ha mai provato a entrare nel mondo del cinema?

No, io ho sempre immaginato una vita classica, una famiglia. I riflettori non fanno per me. Mia figlia Matilde, invece, è diversa: frequenta lezioni di canto, di teatro. Ha fatto anche da comparsa in un film dell’altro nonno, Gabriele, «Il ritorno di Casanova»: doveva tenere in mano un palloncino, le dicevano "Fai la faccina triste" e lei la faceva. Era perfettamente a proprio agio. Forse è vero che il talento salta una generazione.

Che tipo è Diego fuori dal set? E l’altro nonno, Salvatores?

Mio papà è come lo si vede nei film. Con lui si ride sempre. È un grande tifoso del Milan, gli piace curare il giardino e associare le piante a certi eventi, adora stare a tavola per il gusto di chiacchierare e stare in compagnia. Con alcuni soci ha una catena di polpetterie. La sera va a letto molto tardi così ci sentiamo al telefono, commentiamo film, programmi tivù, Sanremo. Gabriele sta con mia mamma da quando avevo tre anni. I miei figli lo chiamano «il nonno birichino» perché fa scherzi, magie. O «il nonno bis», espressione che mio papà, scherzando, ha trasformato in «bis nonno». La nostra è una famiglia allargata con rapporti molto buoni: io dico sempre che i miei figli hanno sei nonni e li amano nello stesso modo.

Quali film di suo papà le sono rimasti nel cuore?

Quelli in cui è lui stesso. Come «Belli di papà» e «Il mammone». I suoi personaggi del passato li ho riscoperti da adulta. I miei figli preferiscono le commedie in cui vedono il loro nonno come è adesso.

Come sono le sue giornate a Brescia?

Ci svegliamo presto, porto i bambini a scuola, torno a casa a sistemare, faccio la spesa, cucino. E poi, dalle 15.30, ho un sacco di impegni con loro: il catechismo della grande, la danza e la ginnastica ritmica al San Filippo con Forza e Costanza, le festine di compleanno. La sera al massimo alle 19.30 ceniamo. Poi i figli crollano. Nei fine settimana frequentiamo il lago di Garda, il più delle volte con biciclette e monopattini al seguito, così i bambini si divertono di più.

Brescia, insomma, vi piace molto.

Esatto, qui stiamo bene. I bresciani sono tutt’altro che chiusi: quando ti conoscono ti spalancano le porte. Qui abbiamo un sacco di amici. Brescia è la nostra casa.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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