Perché la cerimonia degli opposti rende unico il Carnevale di Bagolino

Lunedì 3 marzo 2025, a Bagolino, la campana suonerà alle sei. I partecipanti si avvieranno alla santa Messa del Carnevale. La festa si colloca nei giorni di fine inverno ed è connessa alla Pasqua, emblema della resurrezione dalla morte in croce. Sacro e profano sono legati in un circolo virtuoso. Nel caos della festa l’opposizione tra elementi contrastanti costituisce la base del cerimoniale per inneggiare alla rinascita della natura che è, appunto, la vittoria della vita sulla morte: l’uscita dalla stagione della penuria alimentare e della stasi introduce al tempo della speranza dell’abbondanza, al tempo degli amori, dell’azione e dell’intraprendenza. Il Carnevale assume il ruolo di festa delle feste, il ruolo della «festa grande».

Dimensione ribaltata
Durante gli intensi giorni di baldoria le attività abituali sono sospese per costituire un virtuale tempo dell’irrealtà, dove l’uomo vive nella libertà totale una dimensione ribaltata. La vitalità biologica si concede in quei giorni l’abbondanza del cibo e dei piaceri, al corpo si chiede e ad esso nel contempo si concede l’esaltazione della sensorialità: all’udito il piacere del canto, della musica, delle grida e dei rumori; alla vista l’esplosione policromatica dei costumi e degli addobbi e il gioco del travestimento; all’olfatto i profumi dei primi fiori, dei cibi e delle bevande; al gusto i molteplici sapori dell’esagerazione alimentare; al tatto, il movimento ritmico dei balli, il contatto fisico e lo sconvolgimento dell’etica sessuale. Il corpo, con maschera e costume, si riveste di simboli che drammatizzano teatralmente il passaggio ad una dimensione magica, in cui la realtà è sovvertita. La maschera usata nel Carnevale contribuisce alla rappresentazione simbolica di un’altra idea del mondo, opposta a quella ufficiale, che si legittima nello spazio-tempo «a parte» della festa.
I personaggi
Nei carnevali tradizionali compare frequentemente la maschera popolare in cui una vecchia e curva dagli anni porta nella gerla un giovane sorridente che, attraverso l’inversione dei ruoli, simboleggia l’addio all’inverno e l’inizio della primavera. L’originalità del carnevale bagosso risiede nell’opposizione dei personaggi attori del cerimoniale. «Balarì» e «maschèr». I ballerini sono i «balarì», eleganti; i «maschèr» sono le maschere sgradevoli e chiassose. Tutti maschi. In un gioco di inversione dei ruoli sociali, gli abitanti della contrada rurale si vestono da «balarì», mentre quelli della contrada borghese, da «maschèr». Per contrapposizione, i ballerini sono i belli, i «maschèr» sono i brutti. I «balarì» sono costituiti da quaranta coppie guidate da un capo e accompagnati da un’orchestra di musicanti; i «maschèr», un numero variabile di maschere (circa sessanta), sono riuniti in comitive di due o più individui.
I «balarì»

La compagnia dei ballerini è composta da coppie maschili di compagni o soci di ballo, ciascuna formata da un capo e da una figura, che rappresentano l’uomo e la donna. I ballerini indossano un costume complesso e variegato: calzoni neri al ginocchio (di lato, nella parte più bassa, questi sono decorati da una fila di bottoni o da ricami in passamaneria), calze bianche lavorate a mano, scarpe nere comuni, camicia bianca, giacca nera con grandi spalline bianche a frange; tutti portano guanti leggeri bianchi.
Un grande scialle con lunghe frange, a colori vivaci, è fissato sotto le spalline e legato alla gola e ricade sulla schiena; una larga tracolla di seta ricamata va dalla spalla destra al fianco sinistro: al punto di unione delle due estremità è fissata una grossa coccarda, e ne pendono due fiocchi o pompom di colori diversi. Al braccio sinistro è legato un nastro a largo fiocco, o una coccarda, in genere di colore rosa o azzurro; un alamaro di cordone bianco scende dalla spallina sinistra e va a fissarsi sul davanti della giacca. Dai polsi, infine, risalgono ricami di passamaneria bianca e rossa di disegno vario. La complessità dei ricami è data dal gusto personale, anche se tutti cercano di avere un costume più bello degli altri. I colori evitati sono il viola e il verde.
Il cappello

L’elemento caratterizzante del costume è il cappello. È un copricapo di feltro a cupola bassa, sui quali vengono cuciti, ripiegandoli su se stessi, molti metri di nastro rosso di seta che lo ricoprono completamente. Su tale nastro vengono solidamente cuciti gioielli che sono disposti in modo da formare disegni geometrici. Sul lato sinistro del cappello è fissata una specie di doppio fiocco formato da nastri di seta di vari colori, ripiegati su se stessi. I gioielli vengono in genere presi a prestito da famiglie amiche, e in questo caso vengono muniti di un piccolo segno di riconoscimento. Il lavoro di «vestire il cappello» viene compiuto dalle donne della famiglia del ballerino o dalla sua fidanzata: lungo e delicato, comincia un paio di settimane prima del ballo. Finito il carnevale, il cappello viene «svestito»: i nastri sono avvolti su rocchetti, per evitare che si sciupino, e i gioielli vengono restituiti alle famiglie proprietarie.
I balli

Accompagnati da un gruppo di musicanti con violino, chitarra e basso, eseguono un repertorio di una ventina di balli a coppie (balade) lungo le strade di Bagolino. Prima dell’inizio del ballo, il mandolinista rovescia il proprio cappello, in un gesto che schematizza una delle più semplici e insieme delle più arcaiche forme di mascheramento, quella cioè che consiste nell’indossare rivoltati gli abiti portati normalmente. Pratica destinata a tenere lontani gli influssi malefici. Il capo ballerino comanda ad alta voce le varie figure di ballo, che hanno tutte un proprio nome e che rinviano al corteggiamento. Per esempio, i comandi per «moleta» sono «molala co la so e molala ‘n crus»; per «saltambarca» sono «bàlala ‘n crus». L’ultima danza dell’ultimo giorno, martedì 4 marzo, è l’Ariosa.
I «maschèr»
I «maschèr» si raggruppano invece in squadre formate da coppie di vecchio (véc) e vecchia (vécia) che indossano il costume locale dei contadini e dei mandriani; girano per le strade del paese, fanno scherzi a chi incontrano e vanno in visita alle case dove abitano le ragazze da marito. Il travestimento dei «maschèr» è un costume da vecchio e da vecchia ottenuto indossando una maschera facciale e l’abito locale che contadini e pastori usavano fino alla metà di questo secolo. Sono molto differenti dai «balarì»: il costume da uomo è formato dalla camicia, da un gilè molto aperto sul davanti, da una giacca marrone, da calzoni neri al ginocchio (braghe del ceviöl) con patta (sèra) a due bottoni sul davanti, e grosse cuciture ornamentali; calze bianche e lunghe ghette che coprono il collo degli sgalber, scarponi con grossa suola di legno chiodata (questi ultimi sono tuttora usati comunemente e venduti in paese) e cappello a cupola bassa.

Quello della donna prevede una gonna lunga (guarnèl) di stoffa a righe scure che era tessuta in paese, mutandoni lunghi, scarpe con suola di legno (sopëi) e calze di lana (il colore delle calze aveva in passato funzione distintiva: le calze bianche erano portate dalle ragazze, quelle rosse dalle donne sposate, quelle viola dalle donne più anziane). Sulla testa o sulle spalle viene portato uno scialle, o una lunga striscia di lana grezza, di colore nero (tasiolì), che un tempo era usata per ripararsi dalla pioggia, e poteva servire anche a un gruppo di donne che si tenevano sotto braccio. Gli uomini si appoggiano spesso ad un bastone o portano a tracolla una fascera da formaggio, o un sedile da mungitore; hanno talvolta andatura zoppicante o camminano serpeggiando e oscillando come ubriachi. Anche questi personaggi, come i ballerini, si muovono in coppie, a piccoli gruppi o anche isolati. Camminano con un caratteristico passo oscillante e strascicato, come se pattinassero, provocando così sulle lastre di pietra del selciato, grazie alle bullette sporgenti degli zoccoli, un forte rumore che rappresenta una variante molto insolita di quella funzione di «produzione di rumore» che è tipica di molti carnevali, ma che si contrappone nettamente all’armonia dei canti dei «balarì».

La contrapposizione
I due gruppi svolgono le loro azioni separatamente. I «maschèr» col loro caracollare rumoroso, scomposto e licenzioso, mentre dispettosi si sparpagliano e si riuniscono ritmicamente lungo la via principale, hanno maschere da «brutto», mentre i «balarì» hanno quella del «bello». Alla contrapposizione estetica «bello-brutto» si affianca una contrapposizione morale: i «belli» sono attraenti e anche buoni, mentre i «brutti» sono repellenti e rappresentano anche i cattivi. La comicità ha origine proprio dall’incomunicabilità tra i due mondi rappresentati dai bei ballerini e dalle brutte maschere che creano due mondi a confronto, quello della società civile e della natura demoniaca e selvatico del satiro: elementi inscindibili dell’essere umano.
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