Ci sono storie che nascono da un'idea e poi ce ne sono altre che nascono dalla necessità di ricominciare. Quella di Alessandra, oggi conosciuta attraverso il suo brand Viola’s Charme, è cominciata molto prima dei bracciali, delle parole incise e della community di donne che la segue. È cominciata con una malattia che per anni non ha avuto un nome, con i segnali di un corpo che chiedeva risposte e con una diagnosi arrivata soltanto a 34 anni.
Alessandra è affetta dalla sindrome di Arnold-Chiari e da siringomielia, due malattie spesso collegate, che provocano – tra gli altri sintomi – forti dolori alla nuca, perdita di forza e sensibilità alle mani e alle braccia, formicolii e problemi di equilibrio. Nel 2012 è stata sottoposta a un importante intervento nel tentativo di arginare le conseguenze della malattia, da quel percorso difficile è nato anche qualcosa che inizialmente non aveva nulla a che vedere con un progetto imprenditoriale: lavorare con fili, perline e piccoli componenti per recuperare la mobilità delle mani. Poi sono arrivati i primi gioielli, le prime clienti, le parole incise sui bracciali. E, un passo alla volta, Viola’s Charme è diventato molto più di un lavoro, perché dentro quelle creazioni, Alessandra ha messo anche le sue cadute, le sue paure, le fragilità e le ripartenze. Senza però permettere che la malattia diventasse la sua definizione. «So che esiste, so che fa parte della mia vita e ci sono giorni in cui è lei a decidere per me, ma non voglio che sia lei a raccontare chi sono».
Alessandra, chi sei prima ancora di essere Viola’s Charme?
Questa forse è una delle domande più difficili, sono una donna piena di contraddizioni, sono molto forte e allo stesso tempo estremamente fragile. Sono testarda, curiosa, emotiva, a volte impulsiva. Ho paura molto più spesso di quanto le persone possano immaginare e probabilmente sono molto più insicura di quanto possa sembrare da fuori. Ho attraversato momenti che inevitabilmente mi hanno cambiata e credo che anche il mio modo di creare venga da tutto questo. Viola’s Charme è una parte enorme della mia vita e inevitabilmente racconta moltissimo di me.
Alessandra, quando è nata l'idea di creare gioielli?
L’idea di creare gioielli è nata dopo un intervento importante che ho subito, avevo bisogno di recuperare la mobilità delle mani e iniziare a lavorare con piccoli componenti, fili e perline è stato, all’inizio, anche un modo per rimetterle in movimento. Non c’era nessun progetto imprenditoriale, in quel momento stavo semplicemente cercando di riprendermi dei pezzi della mia vita. Quelli successivi all’intervento sono stati anni molto difficili per me e creare era diventato anche un posto in cui stare bene. Poi, nel giro di un paio d’anni, ho iniziato a capire che quella passione poteva diventare un lavoro vero.
Perché proprio i gioielli? Cosa ti permettono di raccontare che magari non riusciresti a dire a parole?
Un gioiello rimane vicino alla persona, una frase puoi leggerla e poi dimenticarla, un bracciale invece lo guardi durante la giornata, lo tocchi quasi senza rendertene conto, lo porti con te nei momenti belli e in quelli più complicati. Mi piace pensare che un gioiello possa diventare un piccolo messaggio personale, qualcosa che non ha bisogno di essere spiegato agli altri perché sai tu perché lo indossi. Forse attraverso i miei gioielli riesco a dire alcune cose che, a parole, non riuscirei a dire con la stessa semplicità.
Sul tuo sito dici: «Ogni gioiello nasce da una storia. Il prossimo racconterà la tua». Qual è la storia che hai messo dentro ai tuoi gioielli?
Inevitabilmente la mia, ma non soltanto la parte bella. Dentro i miei gioielli ci sono le mie cadute e le mie ripartenze, le persone che ho incontrato e quelle che ho perso, i luoghi che amo, le mie paure, le mie fragilità e tutto ciò che negli anni mi ha cambiata. Credo che ogni creazione contenga, anche inconsapevolmente, un pezzetto della persona che ero nel momento in cui l’ho immaginata. Poi però succede una cosa bellissima: un gioiello che nasce da una mia storia incontra una donna che lo sceglie per una ragione completamente diversa. Ed è proprio lì che smette di raccontare soltanto la mia storia e comincia a raccontare la sua.
Hai costruito un'attività che parla soprattutto alle donne. Che cosa pensi che cerchino davvero quando acquistano uno dei tuoi gioielli?
Credo che una donna raramente scelga un gioiello soltanto perché è bello, spesso cerca qualcosa che le somigli, che rappresenti un momento della sua vita, una persona, un ricordo o semplicemente qualcosa che vuole ricordare a sé stessa. Io posso creare il gioiello, scegliere i materiali, dargli un nome e raccontare ciò che ha ispirato me, ma la cosa più bella accade dopo: quando viene scelto da una donna, quel gioiello smette un po’ di essere mio e comincia a raccontare la sua storia. Ed è probabilmente questo che le mie clienti cercano: non soltanto qualcosa da indossare, ma qualcosa in cui riconoscersi.
Un accessorio può diventare una specie di «ancora» emotiva?
Assolutamente sì, credo che tutti abbiamo sperimentato almeno una volta la capacità che hanno gli oggetti di riportarci immediatamente a una persona o a un momento preciso della nostra vita. Può essere un bracciale ricevuto in regalo, una collana acquistata per celebrare una rinascita oppure una parola scelta perché, proprio in quel momento, avevamo bisogno di leggerla e ricordarcela. Il valore affettivo di un gioiello molto spesso non ha nulla a che vedere con il suo valore economico. È quello che gli affidiamo a renderlo prezioso e forse proprio per questo può diventare una piccola ancora: lo guardi, lo tocchi e per un istante ti ricordi chi sei, chi ami o da dove sei ripartita.

C'è una storia che ti ha fatto capire che quello che stavi facendo aveva un valore che andava oltre il gioiello?
Sì, e in questo caso il mio lavoro mi ha regalato qualcosa che non avrei mai immaginato: una sorella, non di sangue ma di cuore. Si chiama Giselle e oggi fa parte della mia famiglia, come io della sua. Tutto è cominciato da un paio di orecchini a forma di foglia, le avevo raccontato che quelle foglie rappresentavano il passare del tempo: andare avanti senza cancellare ciò che abbiamo vissuto, perché anche le nostre esperienze, belle o difficili, fanno parte di ciò che siamo diventate. Giselle si è riconosciuta in quelle parole e così ci siamo incontrate, da quegli orecchini sono nate le confidenze, le fragilità condivise e, nel tempo, un legame che va ben oltre quello tra una cliente e chi crea gioielli. Oggi Giselle è mia sorella, è anche grazie a lei che ho capito che Viola’s Charme non sarebbe mai stato soltanto un lavoro: attraverso i gioielli incontro persone che, qualche volta, sono destinate a restare nella mia vita.
Qual è stata la creazione più difficile da realizzare emotivamente?
Senza dubbio alcuni bracciali che mi sono stati chiesti per una mia cliente, una donna alla quale avevo voluto anche molto bene. Prima di andarsene aveva lasciato scritto nelle sue ultime volontà che desiderava avere con sé i miei bracciali con incisi i nomi dei suoi figli. Quando sono stata contattata per realizzarli ho pianto tutte le mie lacrime, ma la cosa che mi ha toccata ancora più profondamente è stato sapere ciò che aveva lasciato detto alla sua migliore amica per spiegare quel desiderio: voleva portare con sé qualcosa che restasse per l’eternità. Realizzare quei bracciali è stato emotivamente difficilissimo, in quel momento non stavo più semplicemente incidendo dei nomi su un gioiello, sentivo di avere tra le mani qualcosa di estremamente intimo: il legame tra una madre e i suoi figli, che lei aveva scelto di portare con sé. Credo sia stato uno dei momenti in cui ho compreso più profondamente il significato del mio lavoro, un gioiello può essere piccolo, ma ciò che una persona decide di affidargli può essere immenso.
Tu stessa indossi le tue creazioni? Ce n'è una che per te ha un significato particolare?
Sì, praticamente sempre, molto spesso, anzi, le mie creazioni nascono proprio da qualcosa che vorrei indossare io. Ma più che un singolo gioiello, sono soprattutto le parole ad avere un significato particolare per me. Credo molto nel potere delle parole, perché alcune arrivano in determinati momenti della nostra vita e diventano quasi dei piccoli promemoria. «Resilienza», per esempio, per me non è semplicemente una bella parola da incidere su un bracciale, è una parola che sento profondamente mia e che racconta molto di quello che sono stata e di quello che sono diventata.
Viola's Charme è cresciuta molto. Ti saresti mai immaginata di arrivare fin qui quando hai cominciato?
Assolutamente no e forse è proprio questo il bello. Non sono partita pensando di costruire un brand e non avevo un progetto preciso di dove sarei voluta arrivare. Ho cominciato facendo qualcosa che mi faceva stare bene e che sentivo profondamente mio, poi sono arrivate le prime clienti, le persone che tornavano, quelle che parlavano di me ad altre donne. Un passo alla volta quella che era nata come una passione ha cominciato ad avere una vita propria. Ancora oggi, a volte, mi fermo a guardare quello che è diventato Viola’s Charme e faccio fatica a pensare che tutto sia cominciato dalle mie mani e da un momento così particolare della mia vita.
Se potessi regalare un tuo bracciale a una donna che sta attraversando un momento difficile, quale sceglieresti?
Le regalerei un bracciale con incise tre parole: «Ricomincio da me», perché credo che soprattutto nei momenti difficili noi donne abbiamo bisogno di ricordarci che possiamo tornare a essere il nostro punto di partenza. Siamo spesso abituate a prenderci cura degli altri, a mettere davanti le persone che amiamo, a esserci per tutti e qualche volta, facendo questo, finiamo per dimenticarci di noi. «Ricomincio da me» non significa diventare egoiste o smettere di amare gli altri, significa imparare a riconoscere il proprio valore, rispettarsi e volersi bene. Perché credo profondamente che quando impariamo ad amare noi stesse, diventiamo anche più capaci di amare gli altri senza perderci.
Quale parola vorresti che le persone portassero con sé da questa intervista?
«Possibilità», perché credo che finché riusciamo a vedere una possibilità, anche piccolissima, possiamo ancora cambiare qualcosa. Possiamo costruire, ricostruire, cambiare strada, ricominciare o semplicemente immaginare che domani possa essere diverso da oggi. La vita mi ha insegnato che non sempre possiamo scegliere quello che ci accade, ma possiamo provare a scegliere cosa farne e finché esiste una possibilità, per me vale sempre la pena provare.
Infine, Alessandra: che cosa significa per te oggi «iniziare»?
Oggi per me iniziare non significa più partire da zero, significa partire da tutto quello che è successo prima: dagli errori, dalle cadute, dalle cose bellissime e anche da quelle che avrei preferito non vivere. A 49 anni ho capito che si può iniziare molte volte nella stessa vita e forse questa è una delle consapevolezze più belle che ho conquistato. Iniziare non significa non avere paura, io di paura ne ho avuta tanta e ne ho ancora. Per me oggi iniziare significa non aspettare di non avere più paura per fare il primo passo, significa scegliere di farlo comunque e, ogni volta che serve, ricominciare da me.


