Il 30 giugno 1976 è una data miliare nella storia del ciclismo bresciano. Aldo Parecchini da Nave vinse la sesta tappa del Tour de France, la Bastogne Nancy di 209 chilometri al termine di una lunghissima fuga solitaria sfiorando addirittura la conquista della maglia gialla.
Un giorno di gloria

All’epoca gregario della Brooklyn, fortissima squadra italiana (lo sponsor era la Perfetti quelli della gomma del ponte) che aveva come punte i belgi Roger De Vlaeminck, Johan De Muynck e Patrick Sercu ricorda quel giorno di gloria:
«Quel giorno volavo – racconta Aldo Parecchini da Nave – mio padre Andrea era morto due mesi prima e sentivo in me una forza in più che mi spingeva. La fuga nacque quasi per caso. Pronti via da Bastogne attaccò lo spagnolo Ocana e al suo inseguimento mi misi io perché il mio capitano Sercu aveva forato. Dopo pochi chilometri lo raggiunsi e per un po’ pedalammo insieme. Si affiancò a me il direttore sportivo Franco Cribiori che mi implorò di dire a Ocana di lasciarmi andare perché ero un piccolo corridore, in fondo non davo fastidio a nessuno. Così fu. Scattai e pian piano presi coraggio anche se mi spaventava il fatto di avere ancora 185 chilometri per arrivare al traguardo. Per fortuna non c’era vento ma un caldo asfissiante, il gruppo lasciò fare e arrivai a prendere 17 minuti di vantaggio. Ero partito da Bastogne con 8 minuti di svantaggio dalla maglia gialla Maertens, a lungo sono stato virtualmente maglia gialla. Il vantaggio però era troppo, anche per un corridore modesto come me, così iniziò il lungo inseguimento ma riuscii ad arrivare al traguardo con quasi 5’ di vantaggio».

Lei si definisce corridore modesto, eppure da dilettante alla mantovana Iag Gazoldo (degli Ippoliti) era probabilmente il più forte in Italia, 30 successi in quella categoria e fra questi un trofeo Guizzi a Brescia e poi due volte campione d’Italia, nel 1970 e ’71. Poi il passaggio da professionista, e cosa accadde, visto che oltre alla tappa del Tour vinse solo altre due corse minori?
«Quando dico modesto in realtà ero io che non mi ritenevo stupidamente all’altezza di certi campioni. Passai pro nel 1973 alla Molteni di Eddy Merckx perchè la Iag Gazoldo era un vivaio della fortissima squadra milanese ma con corridori quasi tutti belgi. E io dovevo stare agli ordini di scuderia, questa situazione la vivevo male. Da dilettante ero abituato a fare quello che volevo, ero veloce, tenevo bene in salita, della mia generazione era Francesco Moser che io in realtà da dilettante battevo come e quando volevo. Fui invece letteralmente sfortunato ai Mondiali (ero sempre azzurro) e alle Olimpiadi (quelle di Monaco ndr.). A Monaco tanto per dirla tutta ero con i primi verso il finale, mi scoppiò il tubolare in discesa e finii nel bosco. Ci vollero cinque minuti per cambiarmi la bici, ormai la gara era andata».

D’accordo, ma da professionista la vittoria al Tour non le cambiò la vita?
«No, perché quel Tour neppure lo finii, andai a casa il giorno dopo».
Perché, cosa successe?
«Me ne andai senza un motivo, in realtà volevo tornare in Italia dalla mia fidanzata, Regina Guerra, che aveva appena terminato la maturità e poi diventerà mia moglie dandomi due splendide figlie, Elisa e Elena e oggi sono nonno di cinque nipoti. Dopo la lunga fuga al Tour, la mia fu una fuga per amore (ride..)»
Non cercarono di convincerla a restare?
«Certo, Cribiori me lo chiese quasi in ginocchio, aveva già prenotato una serie di circuiti ad ingaggio post Tour, giravano dei bei soldi allora, ma non volli sentire ragione. Al cuore non si comanda».
Fu l’unico Tour al quale prese parte?
«No, due anni prima il Tour lo terminai, anzi feci quarto all’ultima tappa, sui campi Elisi».

Come scoprì il ciclismo?
«Fu la passione di mio padre, grande tifoso di Fausto Coppi, non si perdeva un suo passaggio da queste parti, e poi fu l’esempio del compaesano Ferruccio Manza a portarmi al ciclismo, iniziai a 15 anni da Esordiente (gli Allievi di oggi) con la Fenotti e Comini di Nave, arrivamo sempre con i migliori, la prima vittoria la conquistai in valle di Sarezzo. Da Allievo iniziai a frequentare la bottega di Pietro Serena a porta Cremona (detto il Club dei poveri per distinguerlo dall’officina Meschini di corso Martiri dove si trovavano l’iridato Bongioni e l’olimpionico Vianelli), un mago della bici. Lì conobbi i grandi bresciani dell’epoca, Boifava, Dancelli, Anni. Da loro ho imparato tanto».
Terminata l’attività sportiva in bicicletta cosa ha fatto per vivere?
«Avevo solo la quinta elementare, mentre mia moglie si è laureata in matematica. Non avevo molte alternative, andai a lavorare subito in ferriera (qui abbondavano), alla Stefana di Nave, e ci sono rimasto fino all’età della pensione. L’ambiente del ciclismo non l’ho più frequentato se non per incontrare gli amici. Non mi sentivo adeguato».
In fondo Parecchini è fatto così, ha scelto sempre con il cuore.



