Per la terza settimana consecutiva la vigilia di campionato coincide con un intreccio tra campo e giustizia per il Brescia calcio. Questa volta però il venerdì sorride a Massimo Cellino. La prima sezione civile della Corte d’appello di Brescia ha accolto il ricorso del patron delle rondinelle e ha rimesso gli atti al Tribunale del lavoro per la dichiarazione di fallimento della Brescia service srl, la controllante del club ai tempi di Gino Corioni e di cui era presidente Antonella, la figlia maggiore del «pres».
Il braccio di ferro tra la vecchia e la nuova proprietà fa segnare un pesante punto in favore di Cellino, ma può rappresentare un colpo al cuore per i tifosi del Brescia visto che lo storico marchio, quello con il leone rampante comparso sulle maglie di Gritti, Hagi e Baggio, rischia di finire nel limbo. E non avere più padrone. Un pezzo di storia, l’ennesimo, che se ne andrebbe. Ma andiamo con ordine. La Corte d’appello ha stabilito che «tra il 2011 e il 2014 Brescia Service ha ripetutamente omesso di versare all’Erario il debito Iva afferente alla controllata Brescia calcio».
Sul debito relativo al mancato versamento dell'Iva tra il 2011 e il 2014, era stato trovato un accordo tra Cellino e Brescia Service. Che però «non ha mai riconosciuto il debito nonostante accordi intercorsi tra le parti in precedenza». Da qui la decisione dell’attuale proprietario di chiedere il fallimento della vecchia controllante del club. E la Corte d'appello ha dato ragione a Cellino.
Caso marchio. Nel decreto firmato dal giudice Donato Pianta e depositato ieri è stato ricostruito anche il lungo percorso che ha fatto lo storico marchio della società di calcio della città. Quello che Brescia calcio spa aveva venduto a Brescia Service che a sua volta «aveva stipulato un contratto di "sale and lease back" con la società Selma Bpm che aveva in cambio erogato una somma di 20 milioni di euro più Iva da restituire nel tempo». La famiglia Corioni, come contromossa nell’ambito dell’istanza di fallimento avanzata da Cellino, aveva chiesto poco meno di dieci milioni di euro per lasciare il marchio, intentando poi una causa davanti alla Sezione imprese del Tribunale di Brescia. Sul marchio la Corte d’appello ha stabilito che nessuno vanta crediti nei confronti della relativa controparte. E il Leone rampante rischia di finire all’asta.




