Si definisce arrabbiato, sconvolto e amareggiato. E pensa all’addio a Brescia. La vicenda giudiziaria che lo vede indagato per reati fiscali pare aver lasciato il segno su Massimo Cellino: «Mi sento ormai un ospite sgradito in casa di altri. E questo non mi piace. Tirate voi le conclusioni».
Il patron del Brescia torna a parlare e lo fa nei corridoi del Palazzo di giustizia, dove è entrato a sorpresa quando l’udienza davanti al tribunale del Riesame era già iniziata. Alle 10.08 il presidente delle rondinelle cercava l’aula numero 28, dove i suoi avvocati erano già dentro da 13 minuti per discutere il ricorso del sostituto procuratore Erica Battaglia che ha impugnato il rigetto firmato dal gip Christian Colombo alla richiesta di arresti domiciliari avanzata dalla Procura a fine gennaio per Cellino, la moglie, la segretaria, un componente, straniero e residente all’estero, del consiglio di amministrazione del club e uno storico collaboratore. «Sono qui per rispetto della magistratura, anche se non capisco dove vogliano arrivare».
«Non so cosa vogliano cercare. Sto vivendo un incubo dopo i sette anni passati sotto processo a Cagliari. Ci risiamo ancora. Mi dispiace soprattutto per mia moglie», si sfoga Cellino fumando una sigaretta dietro l’altra.
Gli anni finiti sotto la lente di ingrandimento sono dal 2017 ad oggi, con il gip che dicendo no all’arresto del presidente biancoblù aveva dichiarato inutilizzabili le intercettazioni telefoniche agli atti, ritenendo inoltre i due trust - una sorta di fondo - in Inghilterra collegati a Cellino, strumenti utilizzati per tutelare il patrimonio e non, come sostiene l’accusa, per eludere il Fisco italiano.
Ieri Cellino è sembrato un leone in gabbia, dentro e fuori, il Palazzo di Giustizia. «Io devo lavorare e mi devono lasciare lavorare», ripete più volte ai suoi legali. «Se sto pensando all’addio? Ero convinto di trovare una città diversa. Non ci sto più a fare l’ospite sgradito in casa d’altri» dice davanti alla statua di Zanardelli fuori dal tribunale. «Lo stanno spingendo ad andare via», aggiunge uno dei suoi avvocati. «Sicuramente non scappo. Anche se dovessi essere in Alaska e mi chiamano per arrestarmi torno in Italia. Non mi sono mai sottratto alla giustizia».
Nemmeno i temi di campo sembrano fargli tornare il sorriso. «Non guardo ai play off. Non mi interessano. Voglio salvarmi perché io quest’anno avevo una tremenda paura di retrocedere e non lo avrei mai accettato. Ho avvertito brutti segnali già sul finire della stagione scorsa. Ho sbagliato a tenere Sabelli e Torregrossa. Dovevo venderli, perché sono stati il nostro problema» dice tutto di un fiato.
«Non ho azzeccato l’allenatore, l’ho scelto perché sapevo come era», dice prima di svelare un retroscena che allo stesso tempo conferma una voce che era rimbalzata nell’autunno scorso: «Avrei voluto prendere Clotet al posto di Delneri, ma la verità è che in quel periodo ero in trattativa per comprare il Birmingham (mantenendo almeno inizialmente anche il Brescia, ndr) e se fosse andata a buon fine l’operazione, l’allenatore sarebbe stato proprio Clotet. Poteva essere un affare, ma il Covid ha frenato tutto».




