L’Union e la città: il brand Brescia è un fenomeno che fa tendenza

Se ragionassimo in termini social, che direbbero gli algoritmi? Che Brescia è solo e sempre in tendenza. Che non conosce crisi di popolarità. E che ora che ha ritrovato nuovo slancio e smalto grazie all’Union può andare ancor meglio. Il brand Brescia tira e attira. Conquista grazie a un fascino evidentemente innato e a quel certo je ne sais pas quoi (non so che) che delle volte sfugge ai local. Sia che al centro della scena ci sia la città, sia che ci si sposti su un livello calcistico.
E in atto, grazie al progetto Union c’è una specie di miracolo: anche i bresciani si stanno rendendo conto delle loro potenzialità. Specie se queste si trova il modo di concentrarle e quindi ottimizzarle. Esattamente appunto come sta accadendo grazie all’Union. Che in questo momento è una specie di fenomeno di costume: bisogna esserci, bisogna farne parte. Come soci, come sponsor, come abbonati: un tutti per uno, uno per tutti che è il vero valore alla base dell’iniziativa che vede in Beppe Pasini un ideale capocordata.
Rotta verso una nuova vita sportiva, possibilmente felice in maniera stabile e duratura. Sempre più consapevoli del fatto che una squadra di calcio è lo specchio di una città (o di un territorio). La riflette. E lasciando che per 8 anni a occuparsi della squadra sia stato Massimo Cellino, la città (o un territorio), ha lasciato che la si percepisse sciatta e non desiderabile.
Però, c’è un però. Che chi da sportivo Brescia l’ha potuta vivere e conoscere davvero, non si è lasciato inquinare dalle cellinate e dalla tristezza della quotidianità. Per cui la città, con la sua gente, è sempre riuscita ad andare a bersaglio: dritta al cuore. Brescia piace da sempre agli sportivi tutti (dal cestista David Moss, all’ex campione del Settebello ora coach dell’An Sandro Bovo fino al tennista Marco Cecchinato, al nuotatore Domenico Fioravanti giusto per fare esempi spicci di chi qui ha messo su casa), ma in particolare alle ex rondinelle.
L’elenco
Da Giovanni Stroppa a Luciano De Paola a Giampaolo Saurini fino all’ex diesse (ora in carico al Watford e all’Udinese) Gianluca Nani passando per Andrea Caracciolo, Seba De Maio, Omar El Kaddouri... tutti sono rimasti a far base qui. E persino uno come Alessandro Diamanti che non è stato calcisticamente qui molto amato ha fatto investimenti a Brescia.
Ma se per quanto riguarda gente passata di qui negli anni di Gino Corioni (anni che col senno di poi sono stati gloriosi e felici persino quando sono finiti in disgrazia) veniva piuttosto facile innamorarsi sia della maglia che del posto, quasi come un’equazione, non era scontato che chi ha vissuto l’era delle cellinate riuscisse ad andare oltre e dunque a non associare un ambiente lavorativo insano a Brescia, al Brescia e alla sua storia.

E così, negli anni hanno scelto di radicare qui le loro famiglie Ernesto Torregrossa come – persino – Pippo Inzaghi che ha lasciato la sua casa in Brera per stabilirsi qui con moglie e bambini. Per non dire di Sandro Tonali che sta costruendo casa alle porte della Franciacorta.
C’è poi il caso di Dimitri Bisoli che pur essendo ora al Cesena si è tenuto la sua casa in città (la moglie pur essendo romagnola desidera passare a Brescia più tempo che può) con l’impegno di stare anche al fianco, seppur virtualmente, dell’Union (potrebbe essere al Rigamonti con l’Arzignano e – anche se si tratta di un progetto che non coinvolge il club – è diventato socio del comitato «Cuor di Leonessa».

Ma se Bisoli quasi «non fa notizia», diverso è il caso di Birkir Bjarnason. Ovvero, un islandese. Che ha peraltro per compagna una parigina: i due, avvistati qui nei giorni scorsi, stanno cercando casa. Ma non è incredibile: è Brescia. Che con l’Union può diventare ancor più bella.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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