Brescia, calma e fiducia per evitare il rischio cortocircuito

C’è qualcosa che non va. E non solo sul campo. C’è una piazza che ancora non si riconosce nel suo nuovo corpo di serie C e fatica a guardarsi allo specchio. C’è una squadra che vuole, o deve, essere una farfalla, ma che è ancora una crisalide e che cerca, insieme alla struttura che la attornia, di completare la trasformazione.
Che vuole abbracciare la nuova dimensione, ma che ancora fatica a liberarsi del retaggio della storia gardesana da cui proviene. C’è un allenatore che è stato chiamato per aiutare la crisalide che si chiama Union Brescia a compire il salto definitivo e che quindi è dotato anche di poteri in un certo tempo di «straordinaria amministrazione» che sono insiti nel contratto importante che ha firmato.
C’è un allenatore super esperto, profondo conoscitore della brescianità perché ne è un esponente, ma che allo stesso tempo fa a sua volta i conti tanto con una categoria nel frattempo divenuta nuova anche per lui, con una realtà nuova anche per lui, con tanti equilibri da conoscere, riconoscere e costruire, mentre sul campo c’è da ingaggiare una battaglia quotidiana contro le avversità.
Viaggiando sempre contro un vento che taglia le gambe, che consuma le energie. L’infermeria è più frequentata dell’erba. Le cose di campo, non viaggiano mai sganciate dall’extra campo. Che con l’entusiasmo o il disfattismo, con la fiducia o il pessimismo, con i ranghi serrati o con la disattenzione ai dettagli, può portare o togliere punti. Una squadra è una spugna: assorbe tutto ciò di cui la si imbeve. E in questa stagione di (ri)nascita, il conto che si sperava di non dover pagare in termini di un progetto potente, pulito e ambizioso, ma ancora acerbo (anche solo per una mera questione anagrafica: parliamo di 8 mesi di vita...), è in tavola.
Al punto che si palesa il rischio di un cortocircuito. Se siamo arrivati al punto in cui un allenatore-manager sente di dover chiedere «aiuto ai tifosi». Se sente di dover rivolgere un appello alla compattezza con la squadra - tra fatiche e squilibri, tra emergenza ed equivoci, tra sopravvalutazioni e mancanze - comunque seconda. Gli appelli di cui sopra fanno parte di uno scenario di agonia. È una stortura.
Corini che tenta di far quadrare i conti, a stimolare la squadra mantenendo altissima l’asticella, ma che allo stesso tempo si incarica di difenderla attraverso un ripetuto invio di messaggi dico non dico che non pagano, anzi. Sia come sia: l’allenatore non deve non può essere lasciato solo a recapitare missive delle quali per contro non può essere incaricato l’ambiente. È tutto così sottile che può diventare scivoloso. I propositi di vittoria già in questa stagione, o di obiettivo minimo secondo posto, o di dare fastidio al Vicenza finché sarebbe stato possibile, hanno alimentato aspettative che se non potranno (scongiuri!) in caso essere rispettate, rischieranno di creare un senso di fallimento da portarsi ai play off. E anche nell’impostazione della prossima stagione in caso andasse male.
Va protetto anche l’investimento strutturale che è stato fatto sul tecnico e tocca allora anche alla società del presidente Pasini, che gode di grande credibilità e che più di chiunque dati i trascorsi sa quanto sia infida questa categoria, far capire all’esterno che è prima di tutto chiaro da dentro che oltre alle pretese fisiologiche (prendere o lasciare), la piazza deve anche accettare che ciò che c’è ora e come c’è è il massimo possibile. Occorre capirsi tutti di più e meglio: mentalità e crescita, per tutti noi, è anche questo.
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