Piero e i 95 anni di tifo per il Brescia: «Il regalo? Vedere la serie A»

«Qualcuno sostiene sia difficile essere tifoso del Brescia. Io posso solo affermare che è stato ed è un onore e un piacere». Piero Bana lo dice davanti ad una buonissima crostata preparata dalla moglie Severina e sulla quale ci sono due candeline. Quelle che indicano i suoi 95 anni, che con il figlio Germano e l’amico Paolo Parizzi festeggia oggi. Per lui anche un videomessaggio di Eugenio Corini, tecnico dell’Union Brescia.
Piero non è solo un tifoso delle rondinelle dal 1950, ma una memoria storica biancazzurra, perchè quando apre l’album dei ricordi sembra un libro stampato. Ha vissuto gioie e dolori, ha visto le partite in viale Piave e quelle al Rigamonti, festeggiando le vittorie e vivendo con tristezza le sconfitte («Una su tutte lo spareggio al Meazza con l’Alessandria per andare in A»); il tutto senza che la sua fede vacillasse un solo istante. «Perché per me c’è sempre stato solo il Brescia». Non a caso ha fatto l’abbonamento per decenni, passando la mano solo negli ultimi due anni per evitare il freddo invernale, che a Mompiano si sente anche di più rispetto alla sua casa a San Polo Vecchio.
Ricordi
«La prima partita? Stagione 49-50 (Piero è del 1931, ndr) allo stadio in viale Piave - racconta -. Con gli amici si partiva da Borgosatollo con la bicicletta e si andava alla partita. La bici era un lusso, ma d’altronde finita la quinta elementare sono andato a lavorare e mi serviva per quello. La domenica era una festa: si lasciava la bicicletta in una cascina in via Naviglio Grande, si pagava 5 lire il parcheggio che a pensarci adesso mi viene da ridere e 50 lire il biglietto. In curva, perché in tribuna andavano i siori...».
Ma come nasce la passione per il Brescia e non per altre squadre? «Per caso, al paese, quando coi ragazzi si passava la settimana al lavoro e poi si facevano i soldi per andare allo stadio. Ma è un qualcosa che arriva dentro e non va più via. A 11 anni ho iniziato a fare il garzone in salumeria, poi in macelleria in corso Palestro e a 15 anni eccomi in officina in via XX Settembre, dove sono rimasto 40 anni. Qualche soldino lo guadagnavo e lo spendevo per il Brescia».
In quell’impianto di viale Piave «dove in curva c’erano i gradoni di terrapieno, quattro o cinque; però era bello così, cercavi quello più basso davanti a te per vedere meglio la partita». E nell’ottobre del 1959 il «trasloco» a Mompiano allo stadio intitolato a Rigamonti (nel frattempo Piero elenca l’undici del Grande Torino). «Lo 0-0 contro la Marzotto. C’erano Brotto, Favini, Vigni... Ma mi ricordo l’emozione di entrare nell’impianto, con le gradinate ovunque, sembravamo tutti ricchi».
Tante, tantissime partite, in casa ovviamente ma anche in trasferta. «Con mia moglie siamo andati a Milano, a Bergamo e in altre città. Spesso in treno portandoci panini da casa. Ripeto, per noi era sempre una festa».
Sentimento

Ma in «tanto Brescia», uno in particolare è rimasto nel cuore. «Quello del quintetto Primavera, i Carlino’s Boys, i ragazzi di Beretta di fine anni Cinquanta: Sacchella, Favini, Bersellini, Nova e Vigni. Giocatori che erano una forza della natura».
Ma a quel punto il libro dei ricordi si apre per Piero e di nomi ne arrivano altri. «Aspetta, non ho detto Gei: un signore, fantastico. E poi personaggi come Cina Bonizzoni, Fattori, Zamboni, Rizzolini, Raimondi, Fraschini, Chiodini. Magari giocatori non famosi, ma che mi trasmettevano quel senso di appartenenza alla maglia indispensabile, allora come oggi. Se penso al recente passato mi viene il Pirata De Paola. Poi ovviamente Baggio, Hubner, Guardiola, ma qui è facile».
Ecco perché, sentendo i ricordi di Piero, si capisce perchè dica che «sì, tifare Brescia non è per nulla difficile, ma solo un onore e un piacere. Mai pensato a Inter, Milan, Juventus, nemmeno oggi che guardo le partite in tv e da un paio d’anni non vado più allo stadio. Vedo tutto volentieri, ma solo col Brescia voglio stare da solo e mi appassiono. E quanti allenamenti ho seguito tra Campo Marte, stadio, Ospitaletto e Coccaglio».
Gioie e dolori

Per Piero ricordare l’emozione più forte è facile. «Il 5 maggio 2002, la vittoria col Bologna, la salvezza in A. Ero allo stadio con le lacrime». Stessa cosa per il dispiacere più grande. «Giugno 1957, quando arrivai a San Siro convinto che avremmo battuto l’Alessandria e saremmo andati in A. Quella sconfitta non l’ho ancora digerita».
Il presente
Un’altra ferita è stata quella della scorsa estate, il Brescia Calcio che scompare. «Mi ha fatto malissimo e non voglio dire nulla sull’individuo che ha provocato tutto ciò. Ma è stata una fortuna». Fortuna? «Sì, perché con Giuseppe Pasini abbiamo ritrovato quella brescianità che non c’era più. E io voglio solo ringraziarlo. Questa la sento come la mia squadra, il mio Brescia, sono contento».
E se dovesse chiedere un regalo al presidente? «Beh, ho 95 anni, ma qualche partita di serie A vorrei ancora vederla. Allora sbrighiamoci ad andarci! E se poi mi portasse in biancazzurro Pio Esposito che mi piace tantissimo allora il regalo sarebbe doppio».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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