Calcio

Stadi e Covid, le soluzioni andavano trovate per tempo

Se le istituzioni avessero dialogato prima ora ci sarebbe un «piano B»
Le poltroncine vuote di uno stadio deserto
Le poltroncine vuote di uno stadio deserto

Il calcio italiano e i suoi massimi rappresentanti in giacca e cravatta assomigliano sempre più a quel ministro della propaganda di Saddam Hussein che teneva conferenze stampa con davanti a centinaia di microfoni e mentre riferiva tronfio che le sue truppe stavano respingendo trionfalmente ogni velleità degli americani si sentiva il rumore delle bombe che spianavano le città e quasi i calcinacci che cadevano dai muri del suo improvvisato salone delle conferenze.

I «nostri» sono convinti basti scrivere tre righe di comunicato il giorno della Befana e mettere in sicurezza ciò che avrebbero almeno potuto tentare di fare quattro o cinque settimane prima. Qualche fatto, prima delle opinioni. Il Bayern Monaco, non il Roccacannuccia, gioca a porte chiuse in Baviera da dicembre. Sia in campionato che in Champions League (Bayern-Barcellona). Che significa giocare a porte chiuse? Significa che si considera impossibile, anche in una terra dove mediamente le regole vengono fatte rispettare più che altrove, gestire un flusso di persone di quella portata senza correre seri rischi. Diciamolo senza timore: in alcuni settori degli stadi la mascherina non la mette quasi nessuno e non bisogna essere virologi per capire che se questi smascherati cantano per un’ora e mezza incitando la loro squadra allora il rischio di accendere focolai è altissimo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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